L’america nel cortile.

Pubblicato il 20/04/2013 Commenti

  I luoghi città e le generazioni di Saul Bellow.

Nel 1976 lo scrittore americano di origine ebraica Saul Bellow venne premiato con il Nobel per la lettera con la seguente motivazione: “Per la comprensione umana e la sottile analisi della cultura contemporanea che sono combinate nel suo lavoro.”

Una sensibilità à che Bellow rimarcherà in tutta la sua futura produzione letteraria, ma che toccherà l’apice Nel romanzo More Die of Heartbreak, pubblicato nel 1987, tradotto in italiano con il titolo Ne muoiono più di crepacuare. cuore

Il narratore di questo romanzo, Kenneth Trachtenberg, professore di letteratura russa, torna a Chicago dopo un periodo vissuto a Parigi mosso dal desiderio di vivere più vicino a suo zio Benn, insigne botanico e docente universitario. Lo zio si rivela ben presto tanto un geniale classificatore di forme di vita vegetale, quanto un uomo impreparato a muoversi nel complicato universo dei problemi della contemporaneità, rappresentata dalla città di Chicago, un luogo a cui egli non sente più di appartenere. Il botanico è imparentato con un costruttore edile senza scrupoli che ha costruito la Elettronic Tower. La torre è stata costruita sopra il vecchio quartiere ebreo, dove Benn aveva trascorso la sua infanzia. Il botanico sente che, in qualche modo, la sua identità sia rimasta sepolta sotto quella torre. Sembra un uomo che, non potendo più avere la possibilità di ritornare in quel luogo antico, teatro della sua prima età, senza più legami, senza più la possibilità di trovare un altro terreno dove poter radicare se stesso-  e la speculazione bellowiana con la professione di botanico non è casuale: egli è un uomo senza più terra, vittima di quella nuova urbanizzazione verticale fatta di vetro e cemento. Il botanico, nel momento in cui viene colto dalla narrazione, si sta dedicando allo studio dei licheni artici, un tipo di pianta che non necessita di terra e mette le radici nel ghiaccio; una pianta sospesa nell’illusorio vuoto del ghiaccio, cosi come sospeso rimane lo zio Benn nell’illusoria contemporaneità. Kenneth Trachtenberg, pur rimanendo fortemente influenzato dalla personalità dello zio, non cerca di trovare un significato concreto al disagio dell’uomo. Egli è un uomo di un’altra generazione, cresciuto all’ombra dell’Elettronic Tower. Abituato allo skyline di Chicago che include quella torre. In un passo del romanzo Kenneth racconta di una visita fatta con lo zio proprio sulla torre in questione. Mentre i due uomini osservano la città di Chicago da una delle finestre del grattacielo Bellow scrive:

 

Ecco lì il monumento grande e pulito, ancorato dio solo sapeva a quante centinaia di metri più sotto negli strati del permiano o del triassico. Era certamente una metamorfosi impressionante della casa della propria fanciullezza.[1]

 

La scelta di citare due periodi geologici, il permiano il  triassico, è terribilmente significativa. Induce a pensare a qualcosa che è oltre la storia umana, come a sottolineare che una quantità spropositata di tempo fosse stato accumulato su quei luoghi orami ormai nascosti solo nella memoria di Benn, sommersi da tonnellate di cemento.

Una gita, quella all’Elettronic Tower, che viene vissuta dallo zio Benn con eccessiva dose di drammaticità, cosa che ancora una volta lascia Kenneth sgomento. Comprendere il disagio del vecchio zio significa per Kenneth capire il perché egli stesso non prova questo disagio. Un vuoto nella dicotomia della sua relazione con suo zio che cerca inutilmente di colmare. Grazie a queste peregrinazioni mentali arriva alla seguente conclusione:

 

La città è l’espressione dell’esperienza umana che incarna, e dunque riassume anche tutte le storie personali.[2]

 

Dalla Chicago di Bellow alla realtà locale.

 

Mi sono chiesto in che modo questo concetto espresso dal personaggio di Bellow potesse essere applicato alla realtà locale. Effettivamente la riflessione di Kenneth è perfettamente adattabile a qualsiasi  luogo-città.

Il rapporto tra popolazione e territorio, in effetti, è molto stretto. È speculare, oserei dire anche che è viziato da un’idiosincrasia di fondo. Il territorio riflette indubitabilmente le attività umane alle quali è soggetto, nel bene e nel male.

Gaggiano senza dubbio non può essere dispensata da una simile disamina. Evidenti sono le testimonianze architettoniche lasciate dai vari decenni del dopoguerra. Stradoni larghi che si oppongono alle piccole viuzze, le vecchie cascine che fronteggiano i nuovi e moderni complessi edilizi. Ma soprattutto Gaggiano e la sua esagerata estensione. Questa continua diluizione del territorio che la rendono ancora più fluida, ancora più irreprensibile ed evanescente.  

Le scelte urbanistiche di un paese che si allarga verso le campagne, oltre che a portare un dislocamento del suo nucleo centrale, ha pesato enormemente anche sul decentramento dell’humus culturale del paese. La costruzione di nuovi “quartieri residenziali” o più semplicemente di palazzi o case o asseriamenti assembramenti di villette bi e mono familiari, e tutte quelle attività edilizie che si sono verificate negli anni dal ‘50 a oggi, tolgono al paese la sua originalità, la sua natura rurale e la sua caratteristica di piccolo centro urbano. Queste sono però allo stesso tempo l’espressione del nuovo paese di Gaggiano, la sua attualità, il suo presente, un presente difficile da cogliere.

Ed è per questo motivo che abbiamo pensato di mettere su sù questo progetto: tentare di descrivere Gaggiano oggi, attraverso la letteratura attraverso tutte quelle storie personali di cui parla il Kenneth Trachtenberg di Bellow.

 

La piazza che non c’è.

 

Le riflessioni da fare sul territorio e la sua storia sono tante. Personalmente, non essendo proprio autoctono, mi sono limitato ad ascoltare e a leggere con grande interesse quanto detto e scritto dai miei amici del Rachinaldo. Una riflessione però la voglio esprimere ed è quella che riguarda la mia personale sensazione su come viene vissuto il concetto di “piazza” qui a Gaggiano. .

La grande importanza che può avere la piazza nella cultura italiana, in genere, e come questa diventa di fondamentale importanza nella cultura contadina delle pianure del sud ovest lombardo (basta pensare alla Piazza Ducale a Vigevano) è un elemento importante su cui riflettere. La piazza è il luogo di ritrovo dove avvengono scambi commerciali e relazioni sociale i. Un luogo particolarmente strategico in una piccola realtà come può essere Gaggiano, perché è un paese e di solito il paese (a differenza della città dove di piazze ce ne sono tante), la piazza diventa un luogo in cui la gente si raccoglie, si ritrova, si trova. E la mancanza di una vera piazza a Gaggiano, per chi viene da altre realtà, si avverte. La piazza sempre stato  un luogo necessario alle attività umane.

Ma andiamo per gradi.

Piazza Salvo D’Acquisto, la piazza ampia e vuota davanti alla Chiesa Nuova è di sicuro poco rappresentativa del paese e non crea certo coesione, ma piuttosto disgregazione. Se penso di descrivere questa piazza in modo più letterario la prima cosa che mi viene in mente è il vuoto, la desolazione; uno spazio sproporzionalmente ampio, così ampio che è difficile da colmare, anche quando capita di vederla piena di gente. Mi sembra un tentativo di decentralizzazione riuscito male.

È paradossale osservare, quando si cammina per Gaggiano, come Piazza della Repubblica, faticosamente cerca di assolvere a questa mancanza, come cerca di riempire il vuoto della necessità che è parte radicata della nostra cultura: un luogo che favorisca l’aggregazione. Piazza della Repubblica è la piazza del commercio, la piazza del via vai, la piazza dove senti la gente salutarsi, nonostante sia presa da quella frenesia tipica lombarda. È la piazza dove trovi l’anziano solo e malinconico che cerca in tutti i modi possibile di trovare qualcuno a cui raccontare la propria vita.

È solo in quella piazza che si verificano i contatti quotidiani tra la gente, le relazioni fatte di cortesie reciproca. Eppure Piazza della Repubblica è poco più di uno slargo, con un colonnato da un lato sotto il quale ci sono quattro esercizi commerciale. Dall’altro lato invece il colonnato è appena abbozzato all’angolo e di esercizi commerciali ve ne sono due. Poi ci sono i box di un condominio e, a nord. un bel muro bianco e rugoso affianco al quale c’è l’edicola e un negozio di fiori gestito da fiorista che dà l’unico tocco artistico al contesto. Per il resto c’è un senso rotatorio attorno al quale girano (e parcheggiano) le automobili, che per quanto piano possono circolare, danno comunque il ritmo al movimento degli attori che quotidianamente si affacciano su questo palcoscenico cittadino. Quel loro movimento circolatorio che sfocia a un certo punto da uno delle tre vie di percorrenza (neanche la quarta via c’è) dà quel senso di passaggio, di non stazionario.

In realtà la vera piazza di Gaggiano, quella storica, quella piazza dove si tengono le manifestazioni risorgimentali, è quella davanti alla chiesa di S. Invezio. Una piazza anomala a causa della sua posizione. Una piazza lacerata da quel naviglio che io mi ostino ancora a chiamare fiume, dovuto dalla mia convinzione che Gaggiano sia una piccola Parigi. Una piazza  da quella che è, a conti fatti, la via principale del paese, via Roma e dal suo ponte carrabile. Una via che è il simbolo del transitorietà del nostro paese, e che costeggia  quella che era la vecchia via di comunicazione che era proprio quella del naviglio.

 

Quello squarcio d’acqua in mezzo al paese.

 

Una domenica stavo  passando sul ponte pedonale,  mi recavo mestamente a casa di mia suocera per il pranzo domenicale (abitudine gaggianese alla quale ho dovuto piegarmi) vidi un bambino che chiacchierava col padre. Quando mi avvicinai sentii in bambino chiedere al padre perché la corrente del naviglio correva al contrario. Il padre, un po’ un po’ imbarazzato a cercato di dare delle spiegazioni un po’ improvvisate tirando in ballo persino Leonardo Davinci. Non riusciva a spiegare come mai la corrente del fiume andasse in senso contrario probabilmente perché non se l’era mai chiesto.

Al momento neanche io capivo perché il bambino avesse fatto quella domanda e, soprattutto, non capivo perché la corrente sarebbe dovuta andare nell’altro senso. Non c’è un senso obbligatorio per i fiumi che io sappia o almeno l’unico senso obbligatorio della corrente è quello che porta dalla montagna al mare. Ma non avevo tenuto conto, ancora una volta, che quello non era un fiume.

Quel bambino e la sua curiosità mi ha
fatto venire in mente un altro bambino, uno che appartiene alla letteratura, quello che il giovane Holden Caufield, il narratore di
Cacther in the Rye, ( in italiano è Il Giovane Golden) celebre romanzo di J.D. Saliger, sente canticchiare in mezzo al frastuono della città. Il bambino canticchia una canzone scozzese di Robert Burns e ne modifica una strofa.

 

If a body catch a body coming through the rye [3]

In luogo di

If a body meet a body coming trough the rye[4]

 

Pensate che la beffarda modifica del testo della canzone operata dal bambino dà il titolo a uno dei romanzi più significativi della letteratura del ‘900: The Catcher in the Rye, per l’appunto. Il bambino era la fine del mondo[5] dice a un certo punto Holden del suo bimbo canterino. Ed effettivamente è proprio un punto focale del romanzo di Salinger, nel quale il suo personaggio principale rimane come sospeso in una  adolescenza ancor troppo vicino all’infanzia. 

Invaso da queste sensazioni salingeriane da quel giorno, tutte le volte che passavo sul ponte vecchio mi chiedevo che senso avesse quella perplessità espressa dal mio bambino da fine del mondo. Anche perché quella riflessione veniva da un punto di vista diverso dal mio, da quello del padre e da quello di tutti gli adulti che passano il ponte.

 Non riuscivo a venirne a capo finché una sera d’estate mi sono fermato a guardare il naviglio dal ponte. C’era una bella luce crepuscolare e il paesaggio mi appariva diverso dal solito. In quel momento il mio punto di vista era cambiato, proprio perché quel paesaggio, con quella luce, mi era divenuto sconosciuto. Grazie a questa nuova situazione in cui mi sono trovato mi sono reso conto di una cosa che fino a quel momento non avevo mai pensato: la corrente del naviglio va verso Milano, verso la grande città onnivora che in qualche modo divora tutto quello che la circonda. L’acqua dei nostri fiumi, le colture delle nostre campagne e la cultura dei nostri abitanti. Una cosa inconcepibile per quel bambino visto che tutta la sua breve vita era stata vissuta a Gaggiano. La sua logica è meno complessa di quello di un adulto, e questa logica gli diceva che era più coerente che l’acqua andasse verso la campagna piuttosto che verso la città. 

La maggior parte dei gaggianesi vive la propria vita professionale nella grande città. La grande città assorbe pure le nostre energie, i nostri sforzi di sopravvivenza, la nostra quotidianità. Questo travaso di energie che arricchisce la grande città inevitabilmente impoverisce la provincia,  trasformando il nostro piccolo centro e tutti gli altri piccoli centri del milanese, in luoghi sonnolenti, addormentati e in alcuni casi spettrali. I soli vecchi che si aggirano nei paesini con le loro memorie e i loro racconti che nessuno è disposto ad ascoltare fino in fondo; quei vecchi che vivono questi luoghiche sembrano abbandonati durante la settimana, evidenziano ancora di più questa spettralità, un po’ come il cimitero-città di Spoon River di Edgar Lee Master.

 

Raccontare il territorio.

 

Lo scopo di Altre Voci Altri Suoni è stato, con una presunzione dichiarata, quello di trasformare il sonno in sogno; di cogliere e raccontare quelle storie che rimangono chiuse nelle nostre vite, annegate nelle nostre fantasie; quelle storie che solo i vecchi sono ancora disposti a raccontare. La realtà quotidiana trasformata, grazie alla grande forza immaginativa della letteratura, in un luogo irreale e forse ideale in cui vorremmo vivere o in cui crediamo di vivere. I nostri incontri non sono stati solo delle lezioni di letteratura, ma dei confronti, dei dibattiti. Abbiamo letto delle opere e le abbiamo commentate insieme, sempre cercando di riportarle alla nostra dimensione. La scelta stessa dei racconti che abbiamo trattato aveva questa finalità: al racconto di storie che appartengono a noi e al nostro quotidiano. A come viviamo la città-paese, a quello che la città-paese significa per noi. La finalità  era quello di raccontare le storie di Gaggiano che inconsapevolmente ci appartengono, quelle che vagano come voci fantasmi tra le vie del paese. Lo stesso titolo dato al laboratorio letterario, Altre Voci Altre Suoni, è la parafrasi di un titolo di un romanzo di Truman Capote Altre voci altre stanze, un romanzo dove il personaggio principale segue delle voci spettrali per trovare nuovi luoghi, nuove stanze in cui trovare nuove storie.

 

Storie, storie per me non esiste altro. Spesso gli scrittori che non riescono a inventare una storia seguono altre strategie, sostituendo persino lo stile alla narrazione. Invece io sono convinto che la storia sia l’elemento di base della narrativa (…).

Le storie ci accompagneranno finché esisterà l’uomo (…) grazie alle storie i bambini capiscono che il mistero non li ucciderà. Grazie alle storie scoprono di avere un futuro.[6]

 

 

La scelta dei racconti

 

La letteratura dell’Homo Faber.

 

La maggior parte degli autori che abbiamo affrontato sono americani e questa scelta è dovuta a dei motivi ben precisi.

Il primo fondamentale motivo è quello basato sul fatto che la letteratura americana s’impone nel panorama della letteratura mondiale come una letteratura non fatta da soli letterati. Hermann Melville, l’autore di Moby Dick, ha cominciato come marinaio ed è finito a fare il doganiere. Mark Twain era il pilota di un battello a vapore del Mississipi ed è diventato scrittore perché faceva il tipografo nel giornale del fratello maggiore. Raymond Carver ha avuto una breve carriera in una segheria e in una miriadi di lavori manuali e ogni momento libero lo dedicava alla scrittura. Se poi parliamo di Bukowski basta leggere la sua opera più significativa, Factotum, per capire che non era il tipo da salotto letterario.

Questo è servito a capire che anche noi, che nella vita facciamo tutt’altro, possiamo fare letteratura proprio grazie all’esempio della letteratura americana, che ci ha insegnato che l’arte in genere e la letteratura in particolare, è una espressione umana che apre e non si chiude su se stessa.

 

L’imperante cultura americana e la sua influenza sulle società occidentali.

 

Un altro motivo è quello di cui parlavo all’inizio di questa mia presentazione: la cultura americana ha influenzato la cultura europea a tutti i livelli, da quello umanistico a quello tecnologico. Una cultura che è entrata prepotentemente nei luoghi-città come il nostro. Quell’enorme via di transito all’interno del nostro territorio (quella che porta a Bonirola) si presenta come una parodia della grande highway americana. L’allargamento urbanistico e  le case in cui viviamo, sembrano emulare la classica topografia della small town.

Cito un brano di un romanzo di Bernard Malamud, Una nuova vita.

 

Stavano attraversando il centro della città e in un attimo, prima che lui potesse farsene un’idea, ne uscirono per entrare in un quartiere residenziale di belle vie alberate e graziose villette. I vecchi alberi e quella massa di foglie verdi diedero a Levin una piacevole eccitazione. In pochi minuti furono davanti a una casa a due piani, verniciata di un marrone gradevole con una flessuosa betulla bianca sul prato, che agitava i rami di pizzo nella brezza estiva. Quel che sorprese Levin fu la bordura piena di fiori che correva per tutta la lunghezza della casa[7].

 

Una descrizione, questa di Malamud, che si potrebbe adattare  tanti scorci di Gaggiano.

La necessità di costruire villini apparentemente autonomi o forme di appartamenti in villa che rimandano molto alla cultura urbanistica della small town americana, fatta di viali alberati costeggiate da bellissime case circondate dai loro prati verdi e la classica station wagon parcheggiata nel giardino, non appartiene di certo alla nostra cultura millenaria. La cultura europea è abituata al feudo, alla città cinta da mura, ai cortili rurali, alla chiusura verso l’alterità. Tant’è vero che mentre l’immagine che i media ci danno della small town è quella di una piccola città dove tutto è aperto, dove le case sono circondate solo da prati; dove la macchina in giardino è spesso aperta con le chiavi infilati nel cruscotto; dove in ogni cucina (accessibile da una porta finestra sul retro è sempre aperta) si trova sempre un apple pie fumante, le nostre case invece sono circondate da cancellate, le nostre macchine sono tutte mestamente chiuse in box e le nostre cucine sono ad esclusivo appannaggio dei soli abitanti della casa.

 

Guardando dietro le porte.

 

Lo scopo di questa iniziativa è stato dunque questo. Entrare in quelle case, dietro i cancelli, dentro la loro quotidianità nascosta e tirare fuori tutto quello che c’è dietro quelle porte chiuse.

Chiudo con un’altra citazione, un brano di Espace des Spaces (in italiano Specie di spazi) un’opera di George Perec, scrittore francese degli anni ’70 ed esponente della corrente letteraria dell’Oulipo.

 

La porta rompe lo spazio, lo scinde vieta l’osmosi, impone la compartimentazione: da un lato ci sono io e casa mia, il privato il domestico (lo spazio sovraccarico delle mie proprietà: il mio letto, la mia moquette, il mio tavolo, la mia macchina da scrivere, i miei libri, i miei numeri spaiati di La nouvelle Vague Française) dall’altro ci sono gli altri, il mondo, il pubblico, il politico. Non si può andare dall’uno all’altro lasciandosi scivolare, non si passa dall’uno all’altro, né in un senso, né nell’altro: ci vuole una parola d’ordine, bisogna oltrepassare la soglia, bisogna farsi riconoscere, bisogna comunicare, come il prigioniero comunica col mondo esterno.[8]

 

 

 

Sergio Ragno


[1] Bellow, Saul, Ne muoiono sempre più di crepacuore  (1987) Oscar Mondadori, Milano, 1990  p. 217

[2] Ibidem, p. 231

[3] Salinger J.D.  Il giovane Golden (1951) Einauidi Editore, Torino, 1961. p. 102

[4] Burns, Robert “the Gin’ song”

[5] Salinger, J.D., op. cit, p. 102

[6] Malamud, Bernard, Una Nuova Vita (1958) Minimum fax, Roma 2009, p. 4

[7] Malamud, Bernard, op. cit., p. 13.

[8] Perec, Georges, Specie di spazi (1974) Bollati Boringhieri Editore, Torino 1989, p. 47

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Reading 24 Aprile

Pubblicato il 17/04/2013 Commenti

Paesaggi e Personaggi
in Letteratura tra ‘8oo e ‘900

“Un paesaggio è uno stato d’animo.”
Henri Frédéric Amiel, scrittore svizzero (1821/81)

Mauro Rota smonterà il luogo comune di “Letteratura pallosa” di solito associata agli scrittori nostrani, mostrandoci soprattutto il legame esistente tra le descrizioni dei luoghi e la psicologia dei personaggi che li abitano. Accompagnatori d’eccezione in questo particolare viaggio saranno Manzoni, Verga, Pirandello e Calvino.

Mercoledì 24 aprile alle 21.00

Biblioteca Comunale di Gaggiano

Ingresso libero

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Raccontare storie seguendo un percorso preciso.

Pubblicato il 28/03/2013 Commenti

L’importanza di progettare il lavoro prima ancora di iniziare a scrivere permette a uno scrittore di organizzare meglio possibile le proprie idee rendendole intelligibili al lettore. Il progetto deve essere dunque visto come un percorso, un tragitto, una strada tracciata dove condurre il lettore. Non a caso molti testi di scrittura creativa parlano di Mappa, quando ci si riferisce a un progetto narrativo.

Per meglio capire l’utilità di una mappa vi invito a riflettere su alcune famose opere narrative di movimento: le avventure di Huck Finn, il ragazzo che risale il Mississippi in compagnia di uno schiavo fuggiasco; Moby Dick o la balena di Melville con il capitano Achab che con la sua Pequod cerca di catturare un’enorme balena; oppure il più classico del Road tales e cioè On The road, di Kerouac.

La maggior parte delle narrazioni di movimento poggiano la loro forza narrativa proprio sulla loro mappa geografica, cioè una via precisa, inopinabile, i cui codici sono facilmente rintracciabili e decodificabili. La decodifica immediata rende la lettura di un testo letterario particolarmente fruibile. Se il lettore ha la possibilità di verificare la veridicità dei codici non faticherà a fidarsi dell’autore.

Le opere di movimento (road tales) sono dunque le opere che più di tutte riscuotono un consenso universale. Attraversano generazioni, sacche sociali eterogenee e ambienti culturali di vari livelli. Hanno l’elemento della mappa tracciata che agevola la loro comprensibilità perché il lettore viene spinto in avanti nella narrazione seguendo un percorso in certi casi visibile. L’esempio più eclatante a supporto di questa tesi sul facile rapporto lettore-mappa geografica è dato da due opere di Omero: l’Iliade e l’Odissea. Il successo dell’Odissea nei confronti dell’Iliade è palese. Se si pensa alle tante citazioni di quest’opera in testi letterari (Ulisse di Joyce) cinematografiche (Brother, where are thou? dei Cohen) la questione diventa parecchio evidente. Questo non significa che l’Iliade sia un’opera inferiore dal punto di vista letterario rispetto all’Odissea, ma che quest’ultima riscuote un maggior successo perché i suoi codici, i suoi riferimenti geografici, sono ancora oggi decodificabili e rintracciabili. L’opera di fantasia, la rappresentazione di una realtà alternativa si basa su un qualcosa di tangibile, riconoscibile e inopinabile. Significa che la mappa dell’Odissea è ben visibile.

La letteratura è sempre azione, movimento. E questo movimento esiste anche nel caso di quelle opere diciamo più stanziali. Quando leggiamo un’opera la cosa che ci spinge ad arrivare fino alla fine è proprio la necessità che abbiamo, in quanto lettori, di andare avanti nella storia, cioè di proseguire sul percorso che lo scrittore ha tracciato per noi, solo che nel caso di opere che non sono in movimento il percorso è più ideologico: la mappa traccia un percorso intimistico.

 Pensiamo al Robinson Crusoe di Daniel Defoe o anche a opere tipo Se questo è un uomo di Primo Levi Levi. Il loro viaggio, il loro movimento è fatto di azioni che portano il lettore a scoprire una mappa umana, perché anche in questi casi, i personaggi seguono comunque un percorso. È chiaro che in questo genere di opere il percorso è meno visibile e pertanto più difficile da decodificare.

Dal punto di vista strettamente tecnico il miglior modo per tracciare una mappa è quello di procedere per punti. Una volta stabilita qual è l’idea di massima, il tema (il soggetto per usare un termine squisitamente cinematografico), si può tracciare il percorso da seguire. In un esempio banale pensate a un viaggio. Il viaggio ha una meta precisa (l’idea) tutto quello che fa un viaggiatore per raggiungere questa meta (comprare il biglietto, salire su un mezzo di trasporto, etc.) sono le azioni necessarie che il viaggiatore deve effettuare per il raggiungimento del suo scopo, i punti tracciati della sua mappa. In letteratura più ricchi e numerosi sono i punti, più ricca e copiosa sarà la narrazione.

Una volta stabiliti i punti uno autore non deve fare altro che seguire il suo percorso, la mappa che ha tracciato. Questa della mappa, può sembrare all’apparenza una gabbia alla sua creatività. Ci sono scrittori che spesso parlano d’ispirazione e dichiarano di seguire un percorso in una sorta di trance. Questo è vero per molti scrittori di talento. Ci sono autori che non hanno la necessità di stabilire una mappa precedentemente, almeno all’apparenza, ottenendo comunque risultati eccellenti. Tra questi sicuramente spiccano Charles Bukowski e Richard Brautigan, che hanno il pregio di aver scritto opere narrative che si sono imposte alla ribalta della letteratura mondiale, ma che comunque hanno un rapporto con i lettori piuttosto complicato. Non è facile, per un lettore, seguire il percorso di un racconto tracciato da Buckowski, come non è facile riuscire a seguire la narrazione più astratta di Richard Brautigan. Non è facile, ma non impossibile. La domanda in questo caso sarebbe: come mai questi scrittori che sfornano opere seguendo il loro istinto riescono comunque a farsi seguire? In realtà questi autori non fanno altro che seguire un percorso intimistico e per farlo usano punti di riferimento della loro vita quotidiana, riferimenti facilmente riconoscibili dal lettore. Flannery O’Connor a proposito del talento dice: “Un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo sono un’altra cosa.[1]

La forza degli scrittori istintivi sta proprio nell’utilizzare dei punti fermi di vita quotidiana sui quali montano la loro fantasia, la loro inesauribile creatività. Se non si è Bukowski è comunque utile seguire una mappa precisa.

Seguire la mappa, come si è detto, vuol dire seguire un percorso che risulti riconoscibile al lettore. Tuttavia c’è da dire che spesso uno scrittore, anche una volta tracciato la propria mappa, tende a seguire un percorso diverso da quello che ha stabilito. In questo caso viene fuori la personalità dello scrittore, la capacità di riferirsi al proprio mondo, perché per dirla ancora con Flannery O’Connor “Ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni”[2], e deve riuscire a riportare quel mondo e metterlo a disposizione del lettore.

Si può dunque affermare che la mappa-progetto fatta per punti non rappresenta una costrizione per la creatività, ma piuttosto una briglia, cioè uno strumento importante per governare la creatività. Anzi i rigidi punti della mappa stimolano ancora di più la creatività specialmente se sono difficili da eseguire. Creano degli ostacoli da superare e il tentativo di superare queste difficoltà alimenta oltremodo la fantasia.

 “I veri sperimentatori devono rendere tutto nuovo. […] ma devono anche voler rimanere in contatto con noi, devono portare a noi notizie del loro mondo[3]

Questo è, sostanzialmente, uno dei fattori su cui si fonda il laboratorio letterario di Altre Voci Altri Suoni. Tracciare un percorso è dunque utile per evitare che il nostro messaggio sia incomprensibile, dando alla nostra prosa qualcosa di concreto su cui il lettore può poggiare il proprio interesse: “la letteratura può essere ricavata da una rigorosa osservazione della vita reale”[4]. Bisogna tenere ben presente che non si parla di realismo, ma attingere dalla realtà quotidiana è la base su cui costruire la nostra realtà alternativa. In conclusione possiamo dire che per realizzare un progetto narrativo valido, tracciarne un percorso, si deve quindi partire da una base concreta, qualcosa che si attinge dalla vita reale tenendo sempre in mente una massima di Mark Twain che dice: “La differenza che c’è tra realtà e finzione è che la finzione dev’essere credibile.”[5]

Sergio Ragno

 


[1] Nel territorio del Diavolo. Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor, Minumum Fax 2003, pag. 4

[2] Nel territorio del Diavolo. Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor, Minumum Fax 2003, pag. 6

[3] Nel territorio del Diavolo. Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor, Minumum Fax 2003, pag. 6

[4] Il mestiere di scrivere, Raymond Carver, Einaudi 1997, pag, 88

[5] Come Raccontare Una Storia E L’Arte Di Mentire, Mark Twain, Mattioli, 1885, pag. 41

 

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I luoghi e la narrativa: scenari di conflitto tra personaggi e avvenimenti

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Alla domanda rivoltale da un suo studente, su come nasce una storia nella testa di un romanziere, la scrittrice statunitense Flannery O’Connor rispose: Una storia c’è ogniqualvolta personaggi e avvenimenti particolari s’influenzino a vicenda formando una narrazione.[1] Effettivamente in narrativa, evento e personaggio si condizionano reciprocamente ed è proprio da questo condizionamento che scaturisce l’intreccio. In poche parole la storia è al centro di questo conflitto dove nasce il messaggio, il significato e la dietrologia di un testo. Su questo pratico postulato della O’Connor non c’è nulla da eccepire, tutto quadra perfettamente come in un’equazione logica e inattaccabile. Tuttavia mi sarebbe piaciuto essere in quella classe per porre alla scrittrice un’altra domanda: Quali sono i condizionamenti che un luogo, un’ambientazione può esercitare sul rapporto tra personaggi e avvenimenti? Sarebbe stato interessante ascoltare una risposta della O’Connor sull’argomento, considerando che l’autrice de Il Cielo è dei violenti ha fatto dei luoghi delle sue storie degli scenari letterari concreti che hanno un forte impatto sulle vicende dei suoi personaggi.

Su questo genere di curiosità si basa il laboratorio letterario di Altre Voci Altri Suoni. Il corso di scrittura creativa, di fatto, nasce su un concetto piuttosto pratico, che è quello di ricercare la cultura locale e raccontarla attraverso la fiction; ne è la prova la realtà descritta dai partecipanti nei racconti di Il treno ferma pure a Gaggiano (seconda antologia AVAS) dove l’ambientazione oltre a essere tangibile e riconoscibile, è l’elemento che dà alle storie qui raccolte quella caratteristica di radicalizzazione che accende l’immaginario di quei lettori locali e non, che ritrovano luoghi a loro familiari. Il luogo in cui un racconto si colloca fornisce lo sfondo necessario affinché gli eventi abbiano profondità[2] dice Jessica Page Morrell.

Ma facciamo un passo indietro. Quando uno scrittore parla di collocazione di una storia intende l’ambientazione precisa della storia stessa. L’obiettivo principale di uno scrittore è quello di trasportare il lettore nella realtà parallela che ha creato, va da sé che tanto più riconoscibili e reali sono i posti che descrive, tanto più riuscirà nel suo intento. Lo scrittore e docente di scrittura creativa Chris Lombardi a proposito dice: Si scrive e si legge con la mente, ma la vita viene vissuta con tutto il corpo. Nella narrativa questa sensazione di fisicità ci viene data dalla descrizione dei luoghi.

Le interazioni tra personaggi ed eventi di cui parla la O’Connor devono dunque avere degli scenari ben delineati. Le azioni devono svolgersi in ambienti riconoscibili o almeno intuibili. Anche se il racconto o il romanzo è ambientato in un mondo fantastico, il lettore deve pur sempre trovare un elemento che riesce a fargli immaginare il luogo dove il consueto conflitto tra eventi e personaggi va in scena. Che il luogo descritto sia il ponte di comando di un’astronave che vaga in una galassia remota o la sala biliardo del bar sotto casa, non cambia le cose: lo scrittore deve sempre trascinare il suo lettore negli ambienti che descrive. 

 

Tornando ai luoghi del territorio è importante sottolineare che AVAS si propone proprio di promuovere, con un pizzico di presunzione, una corrente letteraria a chilometri zero e di sostenere gli scrittori locali anche attraverso il suo laboratorio, improntato proprio sulla scoperta del territorio. Scorci, vie, piazze e luoghi di una zona ricca di elementi panoramici talvolta in un contrasto tra il bucolico e la fredda quotidianità, descritti attraverso le parole e le sensazioni di un autore.

La difficoltà maggiore di uno scrittore, rispetto a un regista cinematografico o a un fotografo professionista, sta nel fatto che non dispone di un mezzo che riproduce le immagini. La macchina da presa dello scrittore è fatta di carta, grafemi, lettere, frasi e paragrafi che messi insieme danno un senso compiuto al messaggio. Le descrizioni sono fatte di parole, dice Chris Lombardi: Se volete trasferire sulla pagina le vostre suggestioni e il mondo che avete immaginato, le parole sono il mezzo che determina forma, luci, ombre e colori[3]. Uno scrittore di prosa può dunque solo evocare un’immagine attraverso le parole, ricorrendo a piccoli stratagemmi come similitudini e metafore.

Nella narrativa però, per dirla ancora con Chris Lombardi bisogna usare metafore e similitudini sorprendenti, insolite, diverse da quelle che si possono sentire in strada[4] senza però dimenticare che è comunque dalla strada, dalla vita reale che uno scrittore deve attingere le sue immagini. Questo sottolinea anche quanto sia importante l’attenzione che bisogna dare ai particolari.

Notate, a titolo d’esempio, i particolari di questo brano di Ordinary Money di Louis B. Jones.

 

C’è un segnale di stop all’altezza della 7-eleven, e dovete svoltare a destra in Robin Song Lane, poi a destra in Sparrow Court, e la casa di Laura Paschke è la terza sulla sinistra, uguale a quella dei vicini ma dipinta con un verde fuori moda, e un gallo di ferro lasciato lì dai precedenti proprietari.[5]

 

Nessuno di noi lettori è mai andato a casa di Laura Paschke, ma con le precise informazioni che Jones ci dà in questo brano è come se fossimo davanti quella casa anche noi. I particolari di questo inciso sono straordinariamente illuminanti. La maggior parte dei lettori non avrà dimestichezza con le strade di Rock Springs, cittadina del Wyoming in cui è ambientato il romanzo di Jones. La descrizione che lo scrittore fa in questa scena non serve a dare al lettore una mera indicazione turistica, ma serve a dare delle informazioni essenziali della storia. L’astuzia di Jones sta proprio nel raccontare come si arriva a casa di Laura Paschke dando delle indicazioni stradali, così come farebbe un qualsiasi abitante di Rock Springs con uno straniero. In questo caso il narratore è l’indigeno mentre il lettore è lo straniero. Con questo espediente narrativo la percezione che un lettore avrà è quella di essere alla guida della sua macchina, magari con il braccio fuori dal finestrino e il vento tra i capelli, mentre si aggira a bassa velocità in un posto sconosciuto. L’ignoto suscita quella sensazione di smarrimento in un lettore e la sensazione disorientante diventa potere nelle mani di uno scrittore: la sensazione che si prova nel leggere questo brano è quella di essere completamente in balia del narratore, della storia e degli eventi che stanno per accadere. Arrivati finalmente in Sparrow Court il lettore si trova di fronte alla casa di Laura. Anche in questo caso la descrizione è composta da alcuni elementi evocativi che ci fanno apparire davanti agli occhi lo scenario. 

Jones ci dice che la casa è uguale a quella dei vicini, questo significa che ci troviamo in un sobborgo, un anonimo quartiere di case fatte in serie e poco originali. Tuttavia la casa di Laura ha un colore diverso dalle altre e questo particolare serve al lettore per focalizzare al meglio l’edificio descritto. Come già sottolineato da Lombardi uno scrittore attento deve sempre puntare sull’aspetto di originalità per catturare meglio l’attenzione. In questo caso Jones assolve perfettamente questo compito dando quella giusta peculiarità al luogo dove si sta per verificare un evento.

 L’altro elemento che balza all’occhio è il gallo di ferro all’entrata della casa. Di una cosa in narrativa dobbiamo essere assolutamente certi: nessun particolare inserito nel testo è inutile. Va da sé che anche l’elemento del gallo di ferro ci deve dire qualcosa. Dunque, perché Jones ci descrive questo gallo di ferro? I motivi sono due: evocazione d’immagine e costrutto psicologico del personaggio. È evocativo in quanto, con questo stratagemma, Jones sta portando il lettore al centro della scena, come capita a un spettatore cinematografico quando il regista usa l’espediente di un avvicinamento di camera. E se fate caso, questa scena descritta, sembra proprio una ripresa cinematografica che va dal campo lungo al primissimo piano: L’incrocio, le strade, la strada dove si trova la casa, la casa e il gallo.

Dicevamo che il gallo ci dà anche delle nozioni sulla psicologia del personaggio perché, con questo particolare Jones, ci sta dicendo che l’abitante di quella casa, cioè Laura Paschke, è una donna che si sente provvisoria e che non appartiene a questo luogo. Jones, infatti, ci dice che quel Gallo lo hanno lasciato i vecchi proprietari, la qual cosa ci suggerisce, inconsciamente, che Laura non ha nessuna intenzione di piantare davanti a quella casa il suo personalissimo gallo di ferro, perché probabilmente non resterà a lungo in quel posto.

In un paragrafo di appena quattro righe Jones ci ha fornito tanti elementi che suscitano la curiosità di qualsiasi lettore. Ci ha portato nel luogo della sua narrazione, al centro della scena che ci ha minuziosamente descritta, giocando su elementi riconoscibili che ci hanno evocato immagini figure ed elementi psicologici che appartengono al bagaglio delle nostre esperienze e dei nostri ricordi. 

Lo spazio risuscitato basta a ravvivare, a far rivivere, a riportare a galla ricordi più fuggevoli e più insignificanti, così come i più essenziali[6] dice Georges Perec, ed è proprio la capacità di resuscitare ricordi la maggiore qualità di uno scrittore.

A seguito di queste considerazioni possiamo dunque affermare che dare la sensazione al lettore di trovarsi in un determinato posto, descrivendolo attraverso le parole o semplicemente facendogli vivere la sensazione particolare di quel luogo specifico, è un compito essenziale per lo scrittore.

Sergio Ragno


[1]              Nel territorio del Diavolo, Flannery O’Connor.  (ed. Minimum fax)

[2]              Master di scrittura creativa , Jessica Page Morrel. (ed. Dino Audino)

[3]              Gotham Writer’s workshop AA.VV. (ed. Dino Audino)

[4]              IDEM

[5]              Ordinary Money di Louis B. Jones (ed. Vintage International) traduzione a cura dell’autore della prefazione.

[6]              Specie di spazi, Georges Perec (ed. Gallimard)

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Tra le insidie della punteggiatura: un percorso per “punti” tracciato da Davide Lacchini

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Nel mezzo del cammin… mi ritrovai in una selva oscura… e quella selva era piena di punti esclamativi, interrogativi e, udite udite, puntini di sospensioni e abominevoli punti intero-esclamativi. Cosa fare? Meglio trovarsi una buona guida. E la guida di AVAS, nello sconosciuto mondo della punteggiatura, è Davide Lacchini, protagonista, mercoledì scorso, del reading organizzato dall’associazione gaggianese. Il bravo Lacchini ha condotto con sagacia e competenza il cospicuo pubblico presente nella biblioteca di Gaggiano (la maggior parte costituito da scrittori), su di un percorso sicuro per meglio muoversi tra virgole e punti, attraverso una disamina più strettamente sintattica nella prima parte e più squisitamente letteraria nella seconda. Il cammino tracciato da Davide, tutt’altro che impervio, è cominciato dalla letteratura dell’800 dove l’uso della punteggiatura è stato prevalentemente caratterizzato da un approccio più manieristico. Tuttavia Davide ha fatto notare quante licenze si sono prese gli autori di narrativa come Gogol, Celine, Dostoevskij e persino Pirandello, per dare una maggiore musicalità ai loro testi anche in un’epoca più formale ed elegante. Perché in fondo la funzione della punteggiatura, a detta di Lacchini, <<è paragonabile a quella di uno spartito musicale>>. E da questo concetto, cioè dal fatto che tutto è sacrificabile in funzione di quello che gli scrittori americani etichettano con un “Sounds good”, che scrittori come Hemingway, Carver e Cormac McCarty, hanno fatto uso dei segni interpunzione per dare movimenti melodici alle loro opere narrative. Interessante parallelismo considerando, come fa notare lo stesso Lacchini, anche il diverso panorama musicale a cui facevano riferimento gli autori dell’800 rispetto a quelli più moderni . Le magnifiche opere classiche, alle quali spesso gli scrittori ottocenteschi assistevano, hanno senza dubbio influenzato lo stile narrativo-musicale di Tolstoy e di Proust; come pure la pop music degli anni Sessanta ha lasciato un’impronta visibile sulla melodia dei testi di autori come Bukowski e Jack Kerouac.

In conclusione si può decisamente affermare che quello di Davide Lacchini è stato un reading di qualità, utile sì per chi scrive e vuole scrivere in prosa, ma anche per chi usa frequentemente una tastiera di un computer per lavoro. Utilissimo anche per chi ha scritto questo articolo.

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Mercoledì 27 febbraio Avas presenta un reading sulla punteggiatura nella letteratura

Pubblicato il 24/03/2013 Commenti

Nel maggio del 1912 Marinetti proponeva l’abolizione de “le soste assurde delle virgole e dei punti”.Qualcosa dev’essere andato storto …

La punteggiatura è più viva che mai. Qualche esempio in buona compagnia: Tolstoj, McCarthy, Proust,Pirandello,Hamingway…

Ce ne parla DAVIDE LACCHINI

Punto punto e virgola DUE PUNTI virgolette PUNTO DI DOMANDA puntini di sospensione PARENTESI punto e a capo caporali lineette spazio virgola PUNTO TRATTINI virgolette punto di domanda

Mercoledì  27 Marzo alle 21.00

Biblioteca Comunale di Gaggiano P.zza Salvo D’Acquisto – ingresso libero

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Reading: la poesia nel tempo.

Pubblicato il 18/03/2013 Commenti

GAGGIANO- Proseguono le serate di lettura ad alta voce in biblioteca comunale promosse dall’associazione Altre Voci Altri Suoni. Mercoledì 13 marzo la scrittrice e poetessa Agnese Coppola ha presentato: “La poesia nel tempo e il tempo della poesia”. Considerata da alcuni un genere letterario un po’ ostico la poesia è spesso scartata dall’interesse generale ma tutto sta forse ne47259_116840798467695_1468314042_n[1]l porsi le domande giuste. Che cos’è il tempo per un poeta? La poesia può essere una risposta al tempo che fugge? In questo bellissimo seppur breve (di fronte alla vastità del tema) incontro di poesia Agnese Coppola ha trovato e condiviso alcune risposte che lasciano incantati per la loro coerenza e profondità. L’animo umano si è da sempre confrontato con l’infinità del tempo ma è solo con l’arte che l’uomo diventa capace di fermare il tempo, di trattenere l’attimo. Attraverso alcune analisi testuali e una personale scelta di letture la poetessa ha accompagnato il pubblico nel mondo interiore fatto di incertezze, speranze, paure di alcuni poeti che lasciandoci testimonianza e ricordo hanno però vinto la propria battaglia contro il tempo: partendo da Fiume all’alba di Andrea Zanzotto e L’Arno a Rovezzano di Eugenio Montale, passando per Giuseppe Ungaretti con I Fiumi fino a La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska. Sorpresa finale con la lettura de I poeti lavorano di notte di Alda Merini. Si, la poesia può servire a fermare il tempo e se anche fosse che il dialogo con la poesia richieda un paziente e nobile ascoltare questa è stata una serata affascinante, mai banale, e capace di ispirare profonde riflessioni.

Barbara Vacca

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La poesia nel tempo e il tempo della poesia

Pubblicato il 06/03/2013 Commenti

I grandi fiumi sono limmagine del tempo,
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullit
à inesorabile.

Da  Satura, L’ Arno a Rovezzano, di  Eugenio Montale

 La poetessa Agnese Coppola ci farà vivere una  serata intensa tra letture di versi, dove duellano  poesia e tempo,dove si scontrano Il Finito e L’infinito, dove non appare chiaro chi sia la vittima e chi il  carnefice. Dalle immagini folgoranti del tempo in poesia, al tempo tecnico della stessa.  

Mercoledì 13 Marzo

ore 21,00

Biblioteca di Gaggiano

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Lorenzo Laneve presenta il suo romanzo “Nel vento”

Pubblicato il 27/02/2013 Commenti

«Anche a Parigi c’è la stessa situazione, così come in tutti i paesi dell’Unione Occidentale. I petrolieri ci hanno massacrato in tutti questi anni, ed hanno massacrato la nostra economia, al diavolo…»

estratto dal romanzo Fantasy “Nel Vento” di Lorenzo Laneve.

L’eclettico autore incontrerà i lettori mercoledì 6 marzo Presso Biblioteca Comunale di Sergnano (CR) alle 21.00.

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Il reading di Mara Cassardo e i suoi Urban fantasy

Pubblicato il 22/02/2013 Commenti

e il Fantasy bussò…

ma chi aprì non aveva idea di cosa avrebbe trovato.

Viaggio nella letteratura Fantasy, un ecosistema che muta e si plasma su eccentrici personaggi, trasformandosi ogni volta in qualcosa di nuovo,

dove le regole in cui si muovono le storie sono dettate da una fantasia che non conosce confini.

La scrittrice di Urban Fantasy Mara Cassardo

autrice de ‘Le Stirpi dei Non Morti’,

ci accompagnerà nei meandri di questo percorso magico e ricco di sorprese.

…e magari anche voi aprirete al Fantasy senza più alcun timore!

 

Mercoledì 27 Febbraio alle 20.30

Biblioteca Comunale di Gaggiano

 

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