Recensioni

Una storia pennellata

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Forza scrittori AVAS…
scegliete il dipinto che vi ispira di più e lasciate un commento indicando il numero del quadro che vi piacerebbe raccontare

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Letteratura e comunicazione.

Breve saggio sulla scrittura creativa
a cura di Sergio Ragno

Uno scrittore che si approssima a creare un’opera narrativa deve dunque sempre tenere in mente che l’elemento finale della sua opera è inevitabilmente il suo lettore ideale. Lo scrittore deve quindi farsi carico di questa responsabilità e deve mettere in cantiere che il lettore ideale è piuttosto difficile da individuare. In sociologia si sono fatti studi approfonditi nell’ultimo secolo per individuare questo fantomatico lettore ideale. Studi che hanno più che altro costituito una base del marketing dell’editoria mondiale. Se da una parte gli studi di alcune scuole di sociologia (come quella di Chicago di Irving Goffman) hanno tracciato un identikit di un lettore ideale tendenzialmente relazionato al tipo di opera, gli studi recenti tendono ad abbandonare questa strada. La sociologia moderna, strettamente legata al marketing, non parla più di lettore ideale ma di lettore potenziale. Cioè il lettore, catalogato dal mercato come utente, non viene più visto come fruitore di un’opera artistica, ma piuttosto come un consumatore i cui bisogni vanno stimolati. L’artigiano della scrittura, nel suo processo creativo non tiene conto di queste logiche di mercato. La sua espressione artistica non dovrebbe essere imbrigliata e condizionata da questi fattori. Tuttavia c’è da sottolineare come le opere più di successo abbiano una qualità approssimata e risultino spesso piuttosto omogenee. Uno scrittore dovrebbe dunque cercare di maneggiare con abilità gli strumenti, universalmente riconosciuti, per poter costruire una struttura narrativa comprensibile, mirata al lettore in primis o se vogliamo alla concezione sociologica più romantica della scuola Goffmaniana del lettore ideale. “Il testo letterario” dice il sociologo Hans Robert Jauss, “è una struttura d’appello, il cui significato e valore sono costruzioni del lettore, non operate in modo individuale ma secondo le attese e le motivazione iscritte nella cultura della sua epoca.” Una volta appurato lo scopo finale di uno scrittore cerchiamo di capire in che modo esso possa riuscire a trovare il suo lettore ideale. La prima operazione che deve fare è un lavoro su sé stesso e sulla propria comunicazione. La comunicazione opera a vari livelli, che essenzialmente si possono ridurre in due grandi macro area di competenza, la comunicazione diretta e la comunicazione pubblica o mediatica. Nel primo caso la comunicazione avviene su una base strettamente confidenziale che comprende un massimo di due interlocutori che si scambiano messaggi, nel secondo caso invece la comunicazione si basa su un comunicatore che con l’ausilio di mezzi mediatici arriva invia i suoi messaggi a un vasto numero di persone. Nel nostro caso, l’area che più ci interessa è sicuramente la seconda, anche se avremo modo di sviscerare le particolarità della prima nel corso del nostro cammino, quando affronteremo i dialoghi. Sfere della comunicazione . 1) Sfera intima 2) sfera personale 3) sfera sociale 4) Sfera pubblica Si parte dal cerchio più stretto, quello intimo, fino ad arrivare alla sfera pubblica passando dalla sfera personale, sfera sociale. Questo schema è di particolare interesse per uno scrittore. Dal proprio intimo, dalla sua creatività, deve nascere un’opera che deve superare tutte le sfere e arrivare all’ultima, lo scopo finale, quella che rappresenta il già citato lettore ideale. Altra cosa di cui tener conto è che il mezzo mediatico dello scrittore è la scrittura stessa. Questo significa che dovrà basare la sua capacità comunicativa solo sul testo scritto, cercando di trasformare i segni analogici della comunicazione in segni simbolico-numerico. Infatti, dicendo che il suo mezzo mediatico è la scrittura stessa, è naturale dire che lo scrittore non potrà disporre di tutto quello che potenzialmente ha nel suo pacchetto comunicativo: la mimica facciale, la gestualità, la modulazione del tono, i rituali orali e tutti quei segni paralinguistici che fanno parte della natura comunicativa umana. Lo scrittore dovrà essere capace di sostituire in altro modo se non vuole rendere vani i suoi tentativi di riprodurre una realtà alternativa

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Voci che vanno suoni che tornano

Mercoledì 18 aprile, nella biblioteca di Gaggiano Altre Voci Altri Suoni, dopo i successi ottenuti per i primi cinque reading del 2012, ha messo in scena un altro evento stimolante sulla letteratura. Il tema questa volta era il viaggio e i realatori della serata sono stati Agnese Coppola e Massimo Barzaghi che si sono divisi il compito di raccontarci le tecniche e le tematiche dei road tales una occupandosi dell’Andata e l’altro del Ritorno. Il titolo della serata era “Voci che vanno, suoni che tornano”. Una serata che ha visto ancora una volta un notevole flusso di pubblico
Ha inaugurato dunque il reading Agnese Coppola con le letture dei testi “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda e “Mare al mattino” di Margaret Mazzantini opere che raccontano dei viaggi di quelle persone che arrivano in Italia in condizioni disperate abbandonano il loro paese per questioni di povertà e si ritrovano mescolati agli italiani, proiettati in una società estranea e respingente e per certi versi con valori molto meno profondi. Agnese ha saputo toccare dei temi forti con la giusta delicatezza senza mai annoiare.
Scoppiettante invece è stato il prosieguo della serata che ha visto invece un istrionico Max Barzaghi raccontarci il viaggio di ritorno per eccellenza, quello di Odisseo. Interessante la tesi dell’influenza che ha avuto l’opera di Omero sul resto della letteratura occidentali, come i parallelismi che Massimo ha saputo sfoggiare con grazia e leggerezza passando da opere come La divina Commedia a finire con L’Ulysses di James Joyce, introducendo, tra l’altro, anche collegamenti con il cinema e altre arti figurative.
Dopo la piacevolissima serata sul personaggio Gesù raccontato da Mauro Rota, AVAS è stata in grado di mettere su un altro reading di qualità grazie ai suoi interpreti Agnese e Max.

Sergio Ragno

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L’influenza linguistica anglo americana

Breve saggio  cura di Sergio Ragno
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La cultura americana ha influenzato la cultura occidentale a tutti livelli. Questa influenza si ripercuote, inevitabilmente anche sulla lingua e in maniera più incisiva sulla lingua italiana in particolar modo sul nostro linguaggio narrativo.
Al di là delle lingue professionali, quelle specialistiche per intenderci, dove l’uso di terminologia di parole anglosassoni si spreca, in un certo qual modo l’influenza americana a livello sintattico si avverte parecchio nella fiction in particolare. Mentre la lingua parlata continua a mantenere la sua condizione di italiano a livello diastratico, diafasico e diatopico al livello diamesico l’influenza linguistica proveniente oltre oceano è piuttosto pressante. Naturalmente non parlo di trasmissioni televisive dove si tenta continuamente una posticcia messinscena della piazza italiana ma di tutti quei prodotti narrativi (romanzi, film, serial TV) che ci arrivano dagli Stati Uniti.
Nelle lingue specialistiche l’acquisizione di termini stranieri avvengono per calco o prestito. La sintassi invece viene influenzata dal processo di nominalizzazione che è tipico della lingua inglese.
Nel caso invece della fiction l’influenza linguistica, quindi la formazione di una nuova lingua italiana da narrativa, viene influenzata dalle traduzioni. Il traduttore italiano a detta di molti autori è considerato uno dei più apprezzati perché è in grado di non stravolgere il testo come avviene per esempio per i traduttori francesi. Milan Kundera a riguardo ha avuto dei seri problemi con le traduzioni francese tanto è vero che a un certo punto ha deciso di scrivere direttamente in francese.
Il fatto che i nostri traduttori siano considerati migliori rispetto a quelli francesi fa sì che se da un lato il traduttore rispetta l’opera dall’altro non rispetta la sua lingua. Naturalmente come esiste la letteratura d’elite e la letteratura trash esiste anche il traduttore d’elite e quello trash. Traduttori come Mantovani, Benati, Bianciardi, Pivano, Maffi hanno sempre lavorato su opere di un certo livello. Tuttavia il grosso della produzione letteraria è quella meno aulica. Le detective story, la letteratura fantastica i “generi” in genere sono gestiti da traduttori meno capaci che lavorano soprattutto sulla quantità. Mentre i primi sono soprattutto degli scrittori i secondi sono invece degli operatori della traduzione.
La differenza di traduzione la si può notare soprattutto quando si parla di fiction audiovisiva. Ci sono dei film dove tutto il processo di doppiaggio è molto curato e altri invece dove il doppiaggio lascia parecchio a desiderare. In particolare sono i telefilm a destare una maggiore preoccupazione in questo senso. In una puntata del dottor House il protagonista fa una citazione di Mick Jagger chiamandolo filosofo, citando solo il cognome del cantante dei Rolling Stones. Quando la frase arriva al doppiaggio il doppiatore pronuncia il nome di Jagger con la j (nel senso di I lunga) lasciando pensare al telespettatore che questo signor “Iagger” sia davvero un filosofo. L’errore di traduzione, in questo caso, ha fatto perdere l’effetto comico della battuta e ha trasformato drasticamente la funzionalità del dialogo. Di esempi simili ce ne sono tanti nei doppiaggi dei serial TV.
Purtroppo in questo caso, oltre alle normali difficoltà di traduzione, c’è anche la necessità di far combaciare la durata del movimento della bocca dell’attore con la lunghezza dell’enunciato.
Ecco questo influenza molto l’italiano della narrazione. Mentre in un telefilm sentiamo espressioni tipo “fottiti” (fuck you) o “vai all’inferno” (go to hell) nella lingua comune italiana si usano altre espressione fortemente caratterizzate dai livelli diafasici, diatonici e diastratici.
Noi italiani, nello specifico, siamo abituati a comunicare qualsiasi concetto usando un numero di parole maggiore rispetto al necessario fondando il nostro lessico sulla ridondanza. Il lessico della maggior parte degli italiani è pletorico perché mira all’eccesso per comunicare anche il concetto meno complicato. Invece l’inglese, l’americano, così stringato e secco ci porta a eliminare queste ridondanze attraverso le traduzioni.
Quindi abbiamo un processo di minimalizzazione implicito nella narrativa. In un certo senso questo tipo di influenza pone un autore davanti a un chiarimento di un problema che si è sempre posto: ma tutte queste parole servono veramente? Usare meno parole non significa dire di meno ma trovare il modo di dire la stessa cosa con meno parole col risultato di essere più efficace sul piano narrativo. La tendenza di un autore italiano è quella di una forte aggettivazione della frase. Inserire due o più aggettivi per sostenere un sostantivo. Ma è proprio necessario? In conclusione la narrativa moderna più efficace tende quasi certamente a usare un impianto linguistico angloamericano.

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Voci di Carta

Voci di carta, storie narrate da articoli di giornale, fatti e
opinioni a cura del giornalista Giuseppe di Somma, che mercoledì sera
in biblioteca ha tenuto una lezione essenziale sull’interpretazione del
linguaggio giornalistico promossa da A.V.A.S. Ancora una volta la
biblioteca come luogo di letture ad alta voce, di riflessioni e
confronto . Si è partiti dalla lettura di un articolo di Giampaolo
Pansa del 1963 che sulla Stampa raccontava il primo impatto nella valle
attraversata dal torrente Vajont per toccare due tra gli aspetti della
realtà giornalistica più importanti: tempo e spazio. Giuseppe ha poi
chiarito la distinzione tra le due diverse tecniche di esposizione dei
fatti: la tecnica di scrittura oggettiva, dove chi narra utilizza un
punto di vista interno e quindi il più obiettivo possibile e quella
soggettiva, dove le notizie vengono personalizzate e raccontate con gli
occhi del giornalista. Una piacevole lezione sull’abc del giornalismo,
sicuramente da approfondire considerata la vastità dell’argomento
trattato e le curiosità suscitate tra i partecipanti.

Barbara Vacca

 

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Speciale “Giornata della memoria”

L’uomo di Kiev Bernard Malamud

Consiglio della settimana di Sergio Ragno
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La scrittura di Bernard Malamud si contraddistingue dagli altri autori ebrei americani per la impassibilità e il distacco che l’autore riesce a mettere tra sé e i suoi narratori. Una voce neutra e assolutamente asettica accompagna i lettori dei suoi senza mai emettere un giudizio. La forza della grande capacità di raccontare storie di questo scrittore sta proprio nel mettere il lettore nelle condizioni giuste di giudicare i fatti.
“The Fixer”, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo “L’uomo di Kiev” è una sorprendente finestra sulle origini dell’antisemitismo sovietico. La grande capacità descrittiva di Malamud ci porta in un lungo viaggio interiore che ci fa capire quanto ingiustificato possa essere considerato l’avversione per il popolo ebraico e quanto questo si base sulla non volontà di conoscere a fondo una cultura religiosa millenaria che, ad ogni buon conto, ha dato origine a quella cristiana.
Il protagonista di questo romanzo è Yacov Bok, un orfano ebreo capace di aggiustare ogni cosa, come suggerisce il titolo originale The Fixer (l’aggiustatutto). Il giovane è stato abbandonato da poco dalla moglie e, rimasto anche senza lavoro, decide di mettersi in viaggio. Lascia lo sthetl, (così chiamavano ivillaggio delle campagne ucraine) per cercar fortuna a Kiev. Il piano del buon Yakov è semplice e preciso: fare un po’ di soldi per pagarsi il viaggio in America.
Una volta a Kiev Yacov fa l’incontro che costituirà il primo evento che scombussolerà l’equilibrio narratologico del romanzo e che darà vita a un’intrigante trama: durante una delle sue escursioni verso l’esterno soccorre un ubriaco caduto nella neve, un imprenditore antisemita che per riconoscenza – mantenendo Yakov il riserbo sulle sue origini – gli offre prima lavoro e quindi un impiego come sovrintendente nella sua fabbrica di mattoni. La nuova occupazione attira su Yakov le antipatie degli altri dipendenti, la necessità di celare il segreto delle sue origini gli procura qualche fastidio.
In questo contesto si verificherà il secondo evento che sconvolgerà in maniera irrimediabile il quadro tematiche dell’intera faccenda: un giorno alcuni ragazzi entrano nel piazzale della fabbrica e Yakov li scaccia. Poco tempo dopo, quando si scopre il cadavere dissanguato di uno di quei ragazzi, Yakov, riconosciuto come ebreo, viene accusato ingiustamente di aver commesso il delitto e rinchiuso in carcere.
Tutto il resto del libro è dedicato a riportare le violenze subite dal prigioniero dai suoi carcerieri, davanti ai quali continua a sostenere la propria innocenza. Un’operazione, quella della descrizione della prigionia, tentata egregiamente da un altro scrittore americano: Jack London con “Il vagabondo delle stelle”. Ma se anche si può considerare eccellente l’opera di London (che utilizza la carcerazione solo come espediente per poter raccontare nuove storie attraverso quelli che sono i viaggi extra corporei del personaggio principale) non arriva comunque alla magnificenza della rappresentazione della durezza di un carcere di un Ucraina antisemita messa in scena da Malamud in questo romanzo.
Una descrizione minuziosa e interioristica di una prigionia che non annoia mai e che fa riflettere sull’ignoranza e l’insensatezza su cui si basa l’assurdità dell’antisemitismo. Un dramma umano che Malamud mette sulla carta non scadendo mai in pietismi. La sua scrittura non si trasforma mai in opinione personale. Nessun elemento giudicante è presente in questo romanzo perché il giudizio Malamud lo lascia al lettore.
Un’opera straordinaria che dovrebbe essere presente nel bagaglio culturale di ogni buon lettore e che dovrebbe essere studiata a fondo da ogni onesto scrittore.

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Il Lamento di Portnoy di Philip Roth

Il consiglio della settimana di Sergio Ragno
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Con la pubblicazione di Portnoy’s Complaint, verso alla fine degli anni Sessanta, Philp Roth mette a nudo la questione di un’integrazione ebraica nella società americana ancora incompleta. Tuttavia l’accusa dello scrittore ebreo-americano si abbatte indiscriminatamente sia sulla società statunitense che su quella ebraica. Tra i due mondi divisi, che si tollerano e si tengono a distanza con congetture e discriminazioni, sta nascendo in quegli anni, una nuova coscienza che non è né prettamente ebraica né totalmente americana. Lo scopo di questa tesi è quello di analizzare il malessere di una generazione di ebrei nati negli Stati Uniti, alla quale appartiene lo stesso Roth, attraverso l’analisi di uno dei personaggi più irriverenti della letteratura ebraico-americana, Alexander Portnoy, percorrendo la storia della sua psicosi, generata dal tentativo di affermare la sua identità.
Infatti, un po’ come accade per i personaggi di Woody Allen, il Portnoy di Roth, rivendica il suo status di ebreo-americano col trattino con una sagace ironia. Alex Portnoy si ritiene un ateo, ma allo stesso tempo il richiamo della sua ebraicità rimane forte e radicato in lui non più come religione ma come appartenenza etnica, ma la mancanza dell’aspetto religioso, stimolato dalla società americana che lo circonda, lo proietta in una dimensione diversa e totalmente nuova.
Il Portnoy di Roth, come il personaggio isterico di Allen, affronta una lotta d’indipendenza su due terreni: quello all’interno della sua famiglia ebraica, fatto di tradizioni e congetture e quello all’esterno della sua famiglia, la società dei WASP, fatto di presunte contraddizioni che vanno dalla tolleranza alla discriminazione. La difficoltà di individuare quale sia il vero aspetto della società americana, porteranno Alex sul lettino di uno psicanalista. La tecnica narrativa usata da Roth è infatti basata sulla profonda confessione del suo personaggio, rivelazioni di vizi e desideri che hanno suscitato scalpore al momento della pubblicazione del romanzo.
Sostanzialmente la strategia d’integrazione nella società americana utilizzata dal personaggio di Roth si gioca prettamente sul terreno della sessualità. Le sue innumerevoli storie con ragazze non ebree, o anche il semplice desiderio di loro, sono raccontate come se la fisicità dello stesso atto sessuale potesse in qualche modo aiutare Alexander Portnoy a penetrare l’ambiente sociale dei WASP.
Tuttavia sembrerebbe riduttivo circostanziare il romanzo di Roth alla solo sfera sessuale. Ci sono altre strategie d’integrazioni analizzate dall’autore attraverso altri personaggi del Romanzo.
Il tentativo d’integrazione attraverso l’arte, attuato dal vicino di casa pianista, che però risulterà troppo sensibile e incapace di affrontare il distacco dalla coscienza ebraica.
Il tentativo d’integrazione con l’uso dell’abilità fisica, perpetrato dal cugino di Alex, Heshie, tanto muscoloso e così atletico da poter addirittura competere con i ragazzi WASP, tanto da amare ed essere amato da una ragazza non ebrea. Ma anche lui deve arrendersi all’ingombrante peso delle tradizioni. L’unica strategia che sembra essere attuabile è quella dello stesso padre di Alexander, Jake Portnoy che preferisce vivere ai margini di entrambi i mondi, rimanendo legato alla propria etnia e facendo contemporaneamente affari con l’altra. Quest’ultima strategia, pur essendo l’unico esempio d’integrazione riuscita, non sarà accettata dal personaggio protagonista del romanzo.
Esaminati i tre fallimentari tentativi, presentati in modo tragicomico dallo scrittore americano, sembra proprio che ad Alexander non resti altro che il terreno sessuale per perpetrare il suo scopo d’integrazione. Solo che il suo modo di affrontare la questione lo porta a una degradazione sessuale che renderà anche il suo approccio infruttuoso. Solo toccando il fondo della sua degenerazione sessuale capirà che quello che più desidera, l’integrazione, non è fattibile. E la non fattibilità non è dovuta all’impossibilità che questa si concretizzi, ma semplicemente perché non è quello che lui veramente desidera, cosa che scoprirà solo grazie al suo viaggio verso Gerusalemme alla fine del romanzo. Il desiderio di Alexander non è un desiderio d’integrazione, ma quello di un riconoscimento identitario.
Il romanzo di Roth è come un viaggio pendolare tra due mondi paralleli che si escludono vicendevolmente. Portnoy’s Complaint sembra voler rivendicare la nascita e la consolidazione di una nuova specie di americani: gli ebrei-americani.

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“Herzog” di Saul Bellow

Il consiglio della settimana di Sergio Ragno
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Saul Bellow è senza dubbio uno tra i maggiori scrittori americani del XX sec.

Il mondo che esprime nel suo stile asciutto, articolato, estremamente sfaccettato, è quello della famiglia ebraico-americana, una famiglia, in equilibrio instabile, sempre in stato di disgregazione e di riformazione. I succhi della società americana di oggi vengono fuori, anche nella loro tossicità.

Diversamente da Philip Roth e Henry Miller, che sono una vera forza della natura ed esprimono la sessualità come forza positiva in tutti i suoi aspetti, anche se ferini, per Bellow non c’è più speranza neppure nel sesso (e questo è il titolo di un’altra sua raccolta di racconti, di carattere sperimentale-saggistico, Non c’è speranza nel sesso).

In un certo senso è anche questo il tema di Herzog. Moses Herzog, il protagonista del romanzo, è un uomo inquieto in campo spirituale, in campo intellettuale, in campo sentimentale. È un uomo di notevole ingegno, professore universitario; all’inizio del romanzo dice “Se sono matto, per me va benissimo”; viaggia continuamente, spinto dalla frenesia, usando ogni tipo di mezzi, dall’aereo al tassì, passa le notti con questa o con quella (per esempio con una bella e assai disponibile fiorista), scappa di città in città, ha liti e alterchi, denunce per porto d’armi abusivo, incidenti automobilistici ecc. Ora è solo nella sua casa di campagna e medita, e pensa, e scrive lettere a vivi e a morti. Scrive per esempio al signor Friedrich Nietzsche. E si pone le domande eterne sulla vita e sulla morte. L’inquietudine di Herzog si esprime in particolare nella sua vita familiare, che costituisce una delle linee principali dell’intreccio. Divorziato dalla prima moglie, sposa Madeleine che lo spinge a lasciare l’università e a mettersi, per così dire, a fare il saggista in proprio e a vivere in campagna, a Ludeyville, nel Massachusetts. Ma il matrimonio non dura: Madeleine è una donna fondamentalmente invidiosa, bella ma vuota: desidera solo primeggiare e con un marito intelligente come Herzog non ce la fa. Così preferisce rubare il marito a una sua amica e mettersi con lui: Valentino Gersbach è un modesto intellettuale di provincia e con lui Madeleine, che ama primeggiare e far vita mondana, non ha grossi problemi. Madeleine prova ostilità per Herzog (il quale è ancora innamorato di lei, e vuol bene alla loro figlia June). Lui ha una mezza idea di far fuori la ex moglie, e per questo prende la rivoltella di suo padre. Ma non ne fa niente. Viene coinvolto in un incidente d’auto e portato al posto di polizia, dove gli trovano la rivoltella: i poliziotti hanno qualche sospetto ma non vien fuori niente, anche perché Madeleine, chiamata a riprendersi la figlia mostra tanto astio ingiusto per il marito, che i sospetti su di lui cadono subito. Viene rilasciato su cauzione e approfondisce il suo rapporto con la bella Ramona, una spagnola proprietaria di un negozio di fiori. Forse la sposerà: ma anche questo non risolverà certo i problemi di Herzog, alle prese con l’America del tempo di Eisenhower, di Kruscev che picchia la scarpa sul banco all’ONU: l’America di prima della grande contestazione, del movimento hippy e delle “pantere nere”. Questa America caotica, calda, che sembra sempre sul punto di disgregarsi per l’urto delle forze che contiene, e che resiste con grande forza alle spinte centrifuge, è il mondo nel quale si muove il problematico Herzog, che non può neppure concedersi il lusso della pazzia. Però dietro questo movimento, sotto questo tumulto, nonostante i matrimoni infranti, le carriere spezzate, Herzog finisce col sentirsi, tutto sommato, in pace e persino forte.

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“Le mille luci di New York” di Jay McInerney

Il consiglio della settimana – a cura di Sergio Ragno
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L’irriverente Jay McInerney si impose come il nuovo Mark Twain della letteratura americana a soli 29 anni con questo romanzo veloce e crudo. Allievo di Raymanod Carver, pubblica “Le mille luci di New York” nel 1984 tracciando le linee guida di quel neo minimalismo al quale si contrapporranno i vari David Foster Wallace, Dave Eggers e Bret Easton Ellis ma che potrà poi contare sull’apporto di un altro autore della crudezza spietata come Cormac McCarty. È proprio il row style l’elemento prezioso che dà a questo romanzo una forza dirompente che è in contrasto con una società, quella americana degli anni ’80 dominata dagli Yuppies, con alcuni espedienti narrativi molto significativi. Il primo è la scelta di narrare la storia in seconda persona. Il narratore sembra rivolgersi al personaggio raccontandogli la sua stessa storia, come se si rivolgesse a se stesso davanti a uno specchio. Questo elemento dà al romanzo maggiore fluidità rispetto a altre opere scritte in seconda persona come “Se di notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino o “La montagna dell’anima” del cinese Gao Xingjian.
Il secondo elemento è l’assenza del nome del protagonista, scelta proustiana alquanto coraggiosa considerato il contesto, ma che allo stesso tempo dimostra riverenza nei confronti dell’autore del La recherce perché il suo protagonista, a causa dell’uso della seconda persona, non potrà essere chiamato neanche il narratore.
L’inizio del romanzo vede il protagonista in un night club di NYC a una certa ora del mattino in compagnia di una ragazza calva (parola scelta dal traduttore che forse sarebbe stata meglio sostituirla con “rapata” o “rasata”) con la testa tatuata, la cui voce gli ricorda l’inno del New Jersey suonato con un rasoio elettrico. L’uomo è strafatto di cocaina e si sta mettendo alla prova, sperimenta la ricerca del limite, si vede un po’ così: “Stasera sei una repubblica di voci. Purtroppo, la repubblica è l’Italia. Tutte quelle voci agitano le braccia e si insultano. C’è un messaggio ex cathedra, direttamente dal Vaticano: Pentiti. Il corpo è il tempio del Signore e tu l’hai profanato. Dopotutto è domenica mattina, e finché ti rimarrà una cellula cerebrale intatta, nella tua testa risuonerà una voce patriarcale, echeggiante dalle volte marmoree della tua infanzia religiosa, a ricordarti che questo è il Giorno del Signore.” Un giorno che non andrebbe proprio impostato – fin dalle prime ore – così come sta partendo. Ma pochi mesi prima la sua bellissima moglie di Kansas City lo ha lasciato con una gelida telefonata nella quale annunciava che dopo le sfilate a Parigi non sarebbe tornata da lui, e non si è ancora ripreso. Il giorno dopo la Piovra, cioè il suo capo nel Reparto Verifica dei Fatti di una nota rivista per la quale lavora, gli chiede il pezzo sulle elezioni francesi, le cui bozze sono ridotte in uno stato pietoso, e così comincia anche il tracollo professionale. O meglio, perde il lavoro…
il protagonista ritorna sui momenti più importanti della relazione finita all’improvviso, su uno sfondo vitale e palpitante come quello di NYC negli anni Ottanta (dentro e fuori dai grattacieli), magari passando sotto alle finestre della casa in cui hanno abitato insieme, o perché riconosce il corpo della moglie, Amanda, in un manichino con lo sguardo vacuo e la bocca tesa. Grazie al suo amico Tad Allagash, il diavolo tentatore, perfettamente integrato nella vita a mille all’ora della grande metropoli americana e che di continuo propone al protagonista di Le mille luci di New York, svaghi, ragazze e cocaina, riesce a imbucarsi in una festa dove finalmente potrà rivedere la sua ex moglie. Nel momento in cui vede Amanda il protagonista si rende conto della vanità e la pochezza della donna. Lei si accompagna a un modello greco di nome Odisseo che si scoprirà essere un gigolò che lei ha pagato per una questione di apparenza.
Emerge dunque un’altra verità in fondo alla storia, un particolare insignificante, che nulla toglie né aggiunge a una narrazione travolgente, densa di suggestioni, spunti e idee coraggiose. La lucida descrizione del desiderio soddisfatto di cocaina, l’ironia verso le mille luci della città, e lo stile concitato della scrittura, rendono memorabili molti passaggi di questo romanzo senza lieto fine.

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Il Commesso di Bernard Malamud

Il consiglio della settimana – a cura di Sergio Ragno
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È il 1957 quando Bernard Malamud pubblica il suo secondo romanzo The Assistant, tradotto da noi con il termine meno complesso de Il commesso. Lo scrittore, nato a Brooklyn nel 1914 e morto nel 1986, si è già fatto notare con alcuni racconti, piccoli capolavori che verranno poi raccolti nel volume Il barile magico, ma il vero esordio è con The natural (Il migliore in italiano) che gli vale la qualifica di “scrittore promettente”. La promessa è mantenuta, qualche anno dopo, all’uscita del quarto romanzo L’uomo di Kiev che regala a Malamud il Premio Pulitzer. Esponente di quella che viene definita “letteratura ebraico-americana”, Malamud ne è una delle personalità più brillanti anche se meno note e celebrate. Il suo mondo, fatto di piccoli uomini spesso impegnati a difendersi da un’esistenza beffarda e implacabile, è raccontato con un’ironia sempre sottile o in altri casi più apertamente feroce. Fin dalle prime prove però è evidente il principale interesse dell’autore: raccontare storie. La storia, il piacere di costruirla passo dopo passo e di narrarla a chi legge, spesso totalmente rapito, sono il vero credo di Bernard Malamud.
In questo senso, Il commesso ne è forse l’esempio tra i più emozionanti e puntuali.
La vita di Morris Bober sembra procedere senza sorprese dietro i vetri di un piccolo negozio di alimentari nascosto nel cuore di Manhattan. A un certo punto nella sua esistenza entra Frank Alpine, piccolo ladruncolo di origini italiane, che verrà assunto come commesso. Il giovane goy (il non ebreo, il gentile) si innamora di Helen, la figlia dell’ebreo Morris, e per lei resisterà dietro al bancone del negozio, sempre più assediato dalla concorrenza, fino al sorprendente finale che rende l’intero libro leggibile come un romanzo di formazione e gli dona il respiro illuminante della parabola.
La vicenda è straordinariamente intrecciata intorno alle emozioni, ai segreti di queste tre esistenze in cerca di redenzione. Il giovane Frank via via prende il posto del vecchio Bober, in una sorta di speculazione e annullamento di un personaggio in un altro, riducendo a un’unica entità l’eroe e l’antieroe. Entrambi sono alla ricerca dell’amore di Helen, cosa che dal principio crea il solito contrasto necessario al turbinio narrativo. Tuttavia i due personaggi Loser di Malamud non riescono a essere cattivi fino in fondo e finiscono per dividersi una sola esistenza. Questo dello scambio dei ruoli, dell’annullamento dell’antieroe nell’eroe e viceversa è uno stratagemma narrativo che Malamud approfondirà successivamente nel romanzo Gli inquilini.
La narrazione de Il commesso, dal ritmo quasi ipnotico, si svolge attraverso le azioni, i gesti, gli sguardi e perfino le abitudini, dei protagonisti.
Lo stile, sempre di facile lettura e apparentemente disadorno, quasi dimesso, è al contrario un esempio di magistrale padronanza della penna e un capolavoro di perfezione. Se c’è uno scrittore da cui un principiante può attingere questo è senza dubbio Bernard Malamud e il Commesso è quasi certamente l’esempio della sua linearità narrativa e della sua grande capacità di fare letteratura.

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