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19/09/2015 Presentazione antologia “Nomi, Cose, Città”

Locandina antologia Corso base

Sabato 19 settembre, alle ore 21.00, abbiamo presentato la nostra ultima antologia, intitolata  “Nomi, cose, città”, presso l’Auditorium di Gaggiano.

Questa è l’ottava antologia che, come di consueto, raccoglie il risultato del lavoro e delle idee di autori gaggianesi (e non) che hanno seguito il corso di scrittura creativa proposto da AVAS durante i mesi invernali. 10 lezioni per imparare a scrivere un racconto e conoscere più da vicino lo spirito associativo di una realtà gaggianese sempre più presente sul territorio con la sua semplice ricetta: “Letteratura a kilometro zero”.
L’antologia, che si contraddistingue per la sua eterogeneità, è stata presentata dal docente Mauro Rota, che ha anche condotto la serata offrendo un piccolo assaggio di tutti i racconti grazie al supporto dei lettori, nonché  soci AVAS,  Sara Millico, Patrizia Raimondi e Alberto Mantegazza.  L’occasione è stata propizia anche per porre alcune domande agli autori presenti in sala e per dare un piccolo assaggio degli argomenti fondamentali trattati durante il corso. Durante la serata, anche il docente Max Barzaghi è salito sul palco per raccontare le attività di AVAS e per annunciare la partenza del secondo corso avanzato, prevista per il prossimo 9 ottobre, quest’anno dedicato ai generi letterari.

 

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12/12/2014 Presentazione Antologia “Il Piave Mormorava”

Copertina Antologia Il Piave Mormorava Mormorava

 

Venerdì 12 dicembre 2014 AVAS ha presentato, presso la Sala Consiliare del Comune di Gaggiano, l’antologia di racconti frutto della prima edizione del corso avanzato di scrittura, intitolata “Il Piave Mormorava”. Tema scelto per tutti i racconti dell’antologia è stato quello della Prima Guerra Mondiale, della quale ricorre quest’anno il centenario dell’inizio.
Anche per questa ragione, data la maggiore rilevanza dal punto di vista istituzionale, si è scelto di utilizzare la Sala Consiliare come luogo dell’evento; inoltre, è stata gradita la partecipazione del consigliere comunale con delega alla cultura, Daniele Vecchi, che è intervenuto direttamente nel presentare la serata e al quale va il ringraziamento di AVAS.

Davanti a una sala gremita, si sono alternate letture da alcuni dei racconti presenti nell’antologia e commenti storici sulle vicende della Grande Guerra. In particolare, sono stati messi in luce aspetti legati alla vita quotidiana dei soldati al fronte, al ruolo delle donne nella guerra, e alle conseguenze del conflitto in termini di distruzione materiale e disgregazione socio-politica, e all’importanza di ricordare.
Nonostante il tema allo stesso tempo delicato e impegnativo, si è avuta un’ottima risposta da parte del pubblico, che ha anche potuto applaudire gli autori dei brani letti durante la serata, chiamati a ritirare la propria meritata copia dell’antologia.

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29/11/2014 Presentazione Antologia “Una valigia piena di racconti”

 

Copertina Antologia Una Valigia piena di racconti

 

 

Si è svolta sabato 29 novembre 2014, presso l’Auditorium di Gaggiano, la serata di presentazione dell’antologia di racconti del corso base AVAS 2014 “Una valigia piena di racconti”.

Sul palco una valigia riempita di oggetti, ciascuno dei quali rappresentante uno dei racconti presenti nell’antologia. Al nostro Mauro Rota è andato il compito di mostrare ad uno ad uno gli oggetti al pubblico, cogliendo l’occasione per spiegare i punti di forza dei racconti presentati e alcune caratteristiche dell’imparare a scrivere un racconto, e lasciando poi spazio alla lettura di piccoli estratti rappresentativi dello stile e del genere adottati.

Grande affluenza di pubblico di tutte le età, che si è mostrato partecipe ed entusiasta. Al termine, piccolo momento di gloria per gli scrittori, che hanno potuto presentarsi al pubblico e dare un volto alle parole ascoltate in precedenza.

 

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Ombre, berberi e mercanti di storie

18 Ottobre
presentazione della IV antologia AVAS
http://www.youtube.com/watch?v=H-YsDZGIxGw&feature=youtu.be
Ombre, Berberi e mercanti di storie
Auditorium
ore 21,00
ingresso gratuito

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Raccontare storie seguendo un percorso preciso.

L’importanza di progettare il lavoro prima ancora di iniziare a scrivere permette a uno scrittore di organizzare meglio possibile le proprie idee rendendole intelligibili al lettore. Il progetto deve essere dunque visto come un percorso, un tragitto, una strada tracciata dove condurre il lettore. Non a caso molti testi di scrittura creativa parlano di Mappa, quando ci si riferisce a un progetto narrativo.

Per meglio capire l’utilità di una mappa vi invito a riflettere su alcune famose opere narrative di movimento: le avventure di Huck Finn, il ragazzo che risale il Mississippi in compagnia di uno schiavo fuggiasco; Moby Dick o la balena di Melville con il capitano Achab che con la sua Pequod cerca di catturare un’enorme balena; oppure il più classico del Road tales e cioè On The road, di Kerouac.

La maggior parte delle narrazioni di movimento poggiano la loro forza narrativa proprio sulla loro mappa geografica, cioè una via precisa, inopinabile, i cui codici sono facilmente rintracciabili e decodificabili. La decodifica immediata rende la lettura di un testo letterario particolarmente fruibile. Se il lettore ha la possibilità di verificare la veridicità dei codici non faticherà a fidarsi dell’autore.

Le opere di movimento (road tales) sono dunque le opere che più di tutte riscuotono un consenso universale. Attraversano generazioni, sacche sociali eterogenee e ambienti culturali di vari livelli. Hanno l’elemento della mappa tracciata che agevola la loro comprensibilità perché il lettore viene spinto in avanti nella narrazione seguendo un percorso in certi casi visibile. L’esempio più eclatante a supporto di questa tesi sul facile rapporto lettore-mappa geografica è dato da due opere di Omero: l’Iliade e l’Odissea. Il successo dell’Odissea nei confronti dell’Iliade è palese. Se si pensa alle tante citazioni di quest’opera in testi letterari (Ulisse di Joyce) cinematografiche (Brother, where are thou? dei Cohen) la questione diventa parecchio evidente. Questo non significa che l’Iliade sia un’opera inferiore dal punto di vista letterario rispetto all’Odissea, ma che quest’ultima riscuote un maggior successo perché i suoi codici, i suoi riferimenti geografici, sono ancora oggi decodificabili e rintracciabili. L’opera di fantasia, la rappresentazione di una realtà alternativa si basa su un qualcosa di tangibile, riconoscibile e inopinabile. Significa che la mappa dell’Odissea è ben visibile.

La letteratura è sempre azione, movimento. E questo movimento esiste anche nel caso di quelle opere diciamo più stanziali. Quando leggiamo un’opera la cosa che ci spinge ad arrivare fino alla fine è proprio la necessità che abbiamo, in quanto lettori, di andare avanti nella storia, cioè di proseguire sul percorso che lo scrittore ha tracciato per noi, solo che nel caso di opere che non sono in movimento il percorso è più ideologico: la mappa traccia un percorso intimistico.

 Pensiamo al Robinson Crusoe di Daniel Defoe o anche a opere tipo Se questo è un uomo di Primo Levi Levi. Il loro viaggio, il loro movimento è fatto di azioni che portano il lettore a scoprire una mappa umana, perché anche in questi casi, i personaggi seguono comunque un percorso. È chiaro che in questo genere di opere il percorso è meno visibile e pertanto più difficile da decodificare.

Dal punto di vista strettamente tecnico il miglior modo per tracciare una mappa è quello di procedere per punti. Una volta stabilita qual è l’idea di massima, il tema (il soggetto per usare un termine squisitamente cinematografico), si può tracciare il percorso da seguire. In un esempio banale pensate a un viaggio. Il viaggio ha una meta precisa (l’idea) tutto quello che fa un viaggiatore per raggiungere questa meta (comprare il biglietto, salire su un mezzo di trasporto, etc.) sono le azioni necessarie che il viaggiatore deve effettuare per il raggiungimento del suo scopo, i punti tracciati della sua mappa. In letteratura più ricchi e numerosi sono i punti, più ricca e copiosa sarà la narrazione.

Una volta stabiliti i punti uno autore non deve fare altro che seguire il suo percorso, la mappa che ha tracciato. Questa della mappa, può sembrare all’apparenza una gabbia alla sua creatività. Ci sono scrittori che spesso parlano d’ispirazione e dichiarano di seguire un percorso in una sorta di trance. Questo è vero per molti scrittori di talento. Ci sono autori che non hanno la necessità di stabilire una mappa precedentemente, almeno all’apparenza, ottenendo comunque risultati eccellenti. Tra questi sicuramente spiccano Charles Bukowski e Richard Brautigan, che hanno il pregio di aver scritto opere narrative che si sono imposte alla ribalta della letteratura mondiale, ma che comunque hanno un rapporto con i lettori piuttosto complicato. Non è facile, per un lettore, seguire il percorso di un racconto tracciato da Buckowski, come non è facile riuscire a seguire la narrazione più astratta di Richard Brautigan. Non è facile, ma non impossibile. La domanda in questo caso sarebbe: come mai questi scrittori che sfornano opere seguendo il loro istinto riescono comunque a farsi seguire? In realtà questi autori non fanno altro che seguire un percorso intimistico e per farlo usano punti di riferimento della loro vita quotidiana, riferimenti facilmente riconoscibili dal lettore. Flannery O’Connor a proposito del talento dice: “Un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo sono un’altra cosa.[1]

La forza degli scrittori istintivi sta proprio nell’utilizzare dei punti fermi di vita quotidiana sui quali montano la loro fantasia, la loro inesauribile creatività. Se non si è Bukowski è comunque utile seguire una mappa precisa.

Seguire la mappa, come si è detto, vuol dire seguire un percorso che risulti riconoscibile al lettore. Tuttavia c’è da dire che spesso uno scrittore, anche una volta tracciato la propria mappa, tende a seguire un percorso diverso da quello che ha stabilito. In questo caso viene fuori la personalità dello scrittore, la capacità di riferirsi al proprio mondo, perché per dirla ancora con Flannery O’Connor “Ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni”[2], e deve riuscire a riportare quel mondo e metterlo a disposizione del lettore.

Si può dunque affermare che la mappa-progetto fatta per punti non rappresenta una costrizione per la creatività, ma piuttosto una briglia, cioè uno strumento importante per governare la creatività. Anzi i rigidi punti della mappa stimolano ancora di più la creatività specialmente se sono difficili da eseguire. Creano degli ostacoli da superare e il tentativo di superare queste difficoltà alimenta oltremodo la fantasia.

 “I veri sperimentatori devono rendere tutto nuovo. […] ma devono anche voler rimanere in contatto con noi, devono portare a noi notizie del loro mondo[3]

Questo è, sostanzialmente, uno dei fattori su cui si fonda il laboratorio letterario di Altre Voci Altri Suoni. Tracciare un percorso è dunque utile per evitare che il nostro messaggio sia incomprensibile, dando alla nostra prosa qualcosa di concreto su cui il lettore può poggiare il proprio interesse: “la letteratura può essere ricavata da una rigorosa osservazione della vita reale”[4]. Bisogna tenere ben presente che non si parla di realismo, ma attingere dalla realtà quotidiana è la base su cui costruire la nostra realtà alternativa. In conclusione possiamo dire che per realizzare un progetto narrativo valido, tracciarne un percorso, si deve quindi partire da una base concreta, qualcosa che si attinge dalla vita reale tenendo sempre in mente una massima di Mark Twain che dice: “La differenza che c’è tra realtà e finzione è che la finzione dev’essere credibile.”[5]

Sergio Ragno

 


[1] Nel territorio del Diavolo. Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor, Minumum Fax 2003, pag. 4

[2] Nel territorio del Diavolo. Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor, Minumum Fax 2003, pag. 6

[3] Nel territorio del Diavolo. Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor, Minumum Fax 2003, pag. 6

[4] Il mestiere di scrivere, Raymond Carver, Einaudi 1997, pag, 88

[5] Come Raccontare Una Storia E L’Arte Di Mentire, Mark Twain, Mattioli, 1885, pag. 41

 

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I luoghi e la narrativa: scenari di conflitto tra personaggi e avvenimenti

Alla domanda rivoltale da un suo studente, su come nasce una storia nella testa di un romanziere, la scrittrice statunitense Flannery O’Connor rispose: Una storia c’è ogniqualvolta personaggi e avvenimenti particolari s’influenzino a vicenda formando una narrazione.[1] Effettivamente in narrativa, evento e personaggio si condizionano reciprocamente ed è proprio da questo condizionamento che scaturisce l’intreccio. In poche parole la storia è al centro di questo conflitto dove nasce il messaggio, il significato e la dietrologia di un testo. Su questo pratico postulato della O’Connor non c’è nulla da eccepire, tutto quadra perfettamente come in un’equazione logica e inattaccabile. Tuttavia mi sarebbe piaciuto essere in quella classe per porre alla scrittrice un’altra domanda: Quali sono i condizionamenti che un luogo, un’ambientazione può esercitare sul rapporto tra personaggi e avvenimenti? Sarebbe stato interessante ascoltare una risposta della O’Connor sull’argomento, considerando che l’autrice de Il Cielo è dei violenti ha fatto dei luoghi delle sue storie degli scenari letterari concreti che hanno un forte impatto sulle vicende dei suoi personaggi.

Su questo genere di curiosità si basa il laboratorio letterario di Altre Voci Altri Suoni. Il corso di scrittura creativa, di fatto, nasce su un concetto piuttosto pratico, che è quello di ricercare la cultura locale e raccontarla attraverso la fiction; ne è la prova la realtà descritta dai partecipanti nei racconti di Il treno ferma pure a Gaggiano (seconda antologia AVAS) dove l’ambientazione oltre a essere tangibile e riconoscibile, è l’elemento che dà alle storie qui raccolte quella caratteristica di radicalizzazione che accende l’immaginario di quei lettori locali e non, che ritrovano luoghi a loro familiari. Il luogo in cui un racconto si colloca fornisce lo sfondo necessario affinché gli eventi abbiano profondità[2] dice Jessica Page Morrell.

Ma facciamo un passo indietro. Quando uno scrittore parla di collocazione di una storia intende l’ambientazione precisa della storia stessa. L’obiettivo principale di uno scrittore è quello di trasportare il lettore nella realtà parallela che ha creato, va da sé che tanto più riconoscibili e reali sono i posti che descrive, tanto più riuscirà nel suo intento. Lo scrittore e docente di scrittura creativa Chris Lombardi a proposito dice: Si scrive e si legge con la mente, ma la vita viene vissuta con tutto il corpo. Nella narrativa questa sensazione di fisicità ci viene data dalla descrizione dei luoghi.

Le interazioni tra personaggi ed eventi di cui parla la O’Connor devono dunque avere degli scenari ben delineati. Le azioni devono svolgersi in ambienti riconoscibili o almeno intuibili. Anche se il racconto o il romanzo è ambientato in un mondo fantastico, il lettore deve pur sempre trovare un elemento che riesce a fargli immaginare il luogo dove il consueto conflitto tra eventi e personaggi va in scena. Che il luogo descritto sia il ponte di comando di un’astronave che vaga in una galassia remota o la sala biliardo del bar sotto casa, non cambia le cose: lo scrittore deve sempre trascinare il suo lettore negli ambienti che descrive. 

 

Tornando ai luoghi del territorio è importante sottolineare che AVAS si propone proprio di promuovere, con un pizzico di presunzione, una corrente letteraria a chilometri zero e di sostenere gli scrittori locali anche attraverso il suo laboratorio, improntato proprio sulla scoperta del territorio. Scorci, vie, piazze e luoghi di una zona ricca di elementi panoramici talvolta in un contrasto tra il bucolico e la fredda quotidianità, descritti attraverso le parole e le sensazioni di un autore.

La difficoltà maggiore di uno scrittore, rispetto a un regista cinematografico o a un fotografo professionista, sta nel fatto che non dispone di un mezzo che riproduce le immagini. La macchina da presa dello scrittore è fatta di carta, grafemi, lettere, frasi e paragrafi che messi insieme danno un senso compiuto al messaggio. Le descrizioni sono fatte di parole, dice Chris Lombardi: Se volete trasferire sulla pagina le vostre suggestioni e il mondo che avete immaginato, le parole sono il mezzo che determina forma, luci, ombre e colori[3]. Uno scrittore di prosa può dunque solo evocare un’immagine attraverso le parole, ricorrendo a piccoli stratagemmi come similitudini e metafore.

Nella narrativa però, per dirla ancora con Chris Lombardi bisogna usare metafore e similitudini sorprendenti, insolite, diverse da quelle che si possono sentire in strada[4] senza però dimenticare che è comunque dalla strada, dalla vita reale che uno scrittore deve attingere le sue immagini. Questo sottolinea anche quanto sia importante l’attenzione che bisogna dare ai particolari.

Notate, a titolo d’esempio, i particolari di questo brano di Ordinary Money di Louis B. Jones.

 

C’è un segnale di stop all’altezza della 7-eleven, e dovete svoltare a destra in Robin Song Lane, poi a destra in Sparrow Court, e la casa di Laura Paschke è la terza sulla sinistra, uguale a quella dei vicini ma dipinta con un verde fuori moda, e un gallo di ferro lasciato lì dai precedenti proprietari.[5]

 

Nessuno di noi lettori è mai andato a casa di Laura Paschke, ma con le precise informazioni che Jones ci dà in questo brano è come se fossimo davanti quella casa anche noi. I particolari di questo inciso sono straordinariamente illuminanti. La maggior parte dei lettori non avrà dimestichezza con le strade di Rock Springs, cittadina del Wyoming in cui è ambientato il romanzo di Jones. La descrizione che lo scrittore fa in questa scena non serve a dare al lettore una mera indicazione turistica, ma serve a dare delle informazioni essenziali della storia. L’astuzia di Jones sta proprio nel raccontare come si arriva a casa di Laura Paschke dando delle indicazioni stradali, così come farebbe un qualsiasi abitante di Rock Springs con uno straniero. In questo caso il narratore è l’indigeno mentre il lettore è lo straniero. Con questo espediente narrativo la percezione che un lettore avrà è quella di essere alla guida della sua macchina, magari con il braccio fuori dal finestrino e il vento tra i capelli, mentre si aggira a bassa velocità in un posto sconosciuto. L’ignoto suscita quella sensazione di smarrimento in un lettore e la sensazione disorientante diventa potere nelle mani di uno scrittore: la sensazione che si prova nel leggere questo brano è quella di essere completamente in balia del narratore, della storia e degli eventi che stanno per accadere. Arrivati finalmente in Sparrow Court il lettore si trova di fronte alla casa di Laura. Anche in questo caso la descrizione è composta da alcuni elementi evocativi che ci fanno apparire davanti agli occhi lo scenario. 

Jones ci dice che la casa è uguale a quella dei vicini, questo significa che ci troviamo in un sobborgo, un anonimo quartiere di case fatte in serie e poco originali. Tuttavia la casa di Laura ha un colore diverso dalle altre e questo particolare serve al lettore per focalizzare al meglio l’edificio descritto. Come già sottolineato da Lombardi uno scrittore attento deve sempre puntare sull’aspetto di originalità per catturare meglio l’attenzione. In questo caso Jones assolve perfettamente questo compito dando quella giusta peculiarità al luogo dove si sta per verificare un evento.

 L’altro elemento che balza all’occhio è il gallo di ferro all’entrata della casa. Di una cosa in narrativa dobbiamo essere assolutamente certi: nessun particolare inserito nel testo è inutile. Va da sé che anche l’elemento del gallo di ferro ci deve dire qualcosa. Dunque, perché Jones ci descrive questo gallo di ferro? I motivi sono due: evocazione d’immagine e costrutto psicologico del personaggio. È evocativo in quanto, con questo stratagemma, Jones sta portando il lettore al centro della scena, come capita a un spettatore cinematografico quando il regista usa l’espediente di un avvicinamento di camera. E se fate caso, questa scena descritta, sembra proprio una ripresa cinematografica che va dal campo lungo al primissimo piano: L’incrocio, le strade, la strada dove si trova la casa, la casa e il gallo.

Dicevamo che il gallo ci dà anche delle nozioni sulla psicologia del personaggio perché, con questo particolare Jones, ci sta dicendo che l’abitante di quella casa, cioè Laura Paschke, è una donna che si sente provvisoria e che non appartiene a questo luogo. Jones, infatti, ci dice che quel Gallo lo hanno lasciato i vecchi proprietari, la qual cosa ci suggerisce, inconsciamente, che Laura non ha nessuna intenzione di piantare davanti a quella casa il suo personalissimo gallo di ferro, perché probabilmente non resterà a lungo in quel posto.

In un paragrafo di appena quattro righe Jones ci ha fornito tanti elementi che suscitano la curiosità di qualsiasi lettore. Ci ha portato nel luogo della sua narrazione, al centro della scena che ci ha minuziosamente descritta, giocando su elementi riconoscibili che ci hanno evocato immagini figure ed elementi psicologici che appartengono al bagaglio delle nostre esperienze e dei nostri ricordi. 

Lo spazio risuscitato basta a ravvivare, a far rivivere, a riportare a galla ricordi più fuggevoli e più insignificanti, così come i più essenziali[6] dice Georges Perec, ed è proprio la capacità di resuscitare ricordi la maggiore qualità di uno scrittore.

A seguito di queste considerazioni possiamo dunque affermare che dare la sensazione al lettore di trovarsi in un determinato posto, descrivendolo attraverso le parole o semplicemente facendogli vivere la sensazione particolare di quel luogo specifico, è un compito essenziale per lo scrittore.

Sergio Ragno


[1]              Nel territorio del Diavolo, Flannery O’Connor.  (ed. Minimum fax)

[2]              Master di scrittura creativa , Jessica Page Morrel. (ed. Dino Audino)

[3]              Gotham Writer’s workshop AA.VV. (ed. Dino Audino)

[4]              IDEM

[5]              Ordinary Money di Louis B. Jones (ed. Vintage International) traduzione a cura dell’autore della prefazione.

[6]              Specie di spazi, Georges Perec (ed. Gallimard)

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Pubblicazioni Altre Voci Altri Suoni

 

Ottobre 2010 “C’è una Gazza nel Cortile.” AA.VV.

Ottobre 2011 “Il treno ferma pure a Gaggiano.” AA.VV.

Ottobre 2012 “Tornate a casa, se potete.” AA.VV.

Marzo 2013 in uscita l’antologia poetica “Altri Versi Altre Rime.” AA.VV.

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Origini della scrittura creativa

La scrittura creativa ha radici americane. Troviamo le sue origini e le motivazioni educative nel lavoro di un grande pedagogista, John Dewey. All’inizio del XX secolo Dewey sviluppa il suo concetto di “scuola attiva”, ponendo al centro dell’attenzione degli educatori due termini importanti: progressivo e creativo, poiché l’educazione è un processo continuo che dura tutta la vita, è in costante mutamento e nella quale l’esperienza pratica ha un valore determinante.

Partendo da queste basi in America, all’interno delle università, nei primi decenni del Novecento (1915), partono i primi corsi di scrittura narrativa che, non molto tempo dopo, diventano corsi di scrittura creativa, come materie autonome. Nel 1936 nasce l’Iowa Writing Workshop, il master più prestigioso, dove hanno studiato e/o insegnato John Cheever, Kurt Vonnegut, Philip Roth, Tom Coraghessan Boyle, Robert Lowell, Michael Cunningham, Trenton Lee Stewart.

Il principio che sta alla base di questi corsi ed insegnamenti è semplice: si impara a scrivere, scrivendo, misurandosi concretamente con l’elaborazione di un racconto. Questo richiede la presenza di un insegnante con comprovate competenze nella pratica della scrittura; per questo motivo un letterato famoso viene invitato a vivere nella stessa struttura nella quale insegna scrittura creativa, offrendo la sua esperienza agli studenti iscritti al corso e agli aspiranti scrittori.[1]

I corsi di scrittura creativa assumono fin dall’inizio un carattere sperimentale e lasciano tanto spazio alle tendenze letterarie innovative. Alcuni grandi scrittori americani sono usciti proprio dai corsi di scrittura creativa e, a loro volta, ne sono diventati gli insegnanti. Wystan Hugh Auden, Iosif Aleksandrovich Brodsky, Saul Bellow, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Seward Burroughs, Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Raymond Carver, Howard Hawks, Robert Coover, Joyce Carol Oates, Jonathan Safran Foer, Gary Shteyngart, John Irving, Michael Chabon, Alice Sebold, Richard Ford, Edgar Lawrence Doctorow, Kazuo Ishiguro, Ian McEwan e tanti altri poeti e scrittori famosi in tutto il mondo si sono laureati o hanno frequentato corsi e master di scrittura creativa.

All’inizio del XXI secolo, tutte le università americane più prestigiose hanno nei loro programmi formativi seminari e master di scrittura creativa (in America i master in scrittura creativa sono 153 rispetto ai 15 negli anni ’80 del XX secolo). I corsi di scrittura hanno una diffusione veloce, non solo nelle università e scuole superiori ma anche nelle iniziative degli enti locali, come corsi aperti per chiunque voglia approfondire le proprie capacità espressive. Negli anni ’80 del XX secolo l’interesse per la scrittura creativa si sviluppa in modo tale da divenire un vero e proprio business. In questo periodo nascono numerose riviste, pubblicazioni e libri che trattano questo argomento.

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Intervista ad Anna Giraldo, scrittrice fantasy emergente

a cura di Barbara Vacca

 

Anna Giraldo vive vicino a Mantova. La sua passione per la scrittura l’ha portata a scrivere due romanzi:  “436”, uscito il 23 marzo 2011 a cura di Casini Editore e il suo sequel, “Thunder + Lightning” che uscirà Il 27 febbraio 2012 a cura dello stesso editore. Il suo genere è il Fantasy. E’ anche autrice di diversi brevi racconti, che le hanno portato fortuna in concorsi locali e nazionali. E’ in fase di stesura “Meet you on the other side” il suo ultimo romanzo.

“436”                   “Thunder + Lightning”
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1) Anna, non ci siamo mai conosciute di persona e A.V.A.S. magari sente parlare di te per la prima volta. Immagina un giro di tavolo dei partecipanti per una breve presentazione, cosa vorresti farci sapere di
te?
Ciao a tutti e grazie per averti ospitata qui con voi.

Per presentarmi posso dire che dopo aver condotto studi di carattere tecnico-economico e avere intrapreso la carriera di consulente informatica , lavoro che faccio tuttora, un giorno di maggio di qualche anno fa mi sono scoperta “scrittrice”. Lo scrivo virgolettato perché non ho titoli né meriti tali da potermi ritenere una scrittrice fatta e finita. Forse “amante della scrittura” sarebbe più adeguata come definizione.

Mi piace anche dire che sono una “viaggiatrice anomala” perché da sempre, da molto prima di cominciare a scrivere, c’era dentro di me una vita altra fantastica, fatta di mondi paralleli, personaggi e trame, una vita che ho sempre nascosto alla stregua di una malattia e che un giorno è esplosa in un fiume di parole. I miei viaggi anomali, che avevo nascosto con tanto pudore per paura di essere considerata pazza, sono diventati racconti e romanzi e il mio desiderio ora è di poterli condividere con chi desidera affrontarli assieme a me.
2) Hai mai partecipato ad un corso di scrittura creativa? (Se “si”, hai trovato utile farlo? Se “no”, ti piacerebbe seguirne uno?)

Non c’è molta offerta per quanto riguarda corsi di scrittura creativa nella mia zona e l’impegno che richiede il mio lavoro mi lascia già poco tempo per scrivere, al punto che nei weekend e durate le ferie spesso mi chiudo in casa per dar sfogo alla mia vena creativa senza essere costretta a fare nottata nei giorni lavorativi e pagarla amaramente la mattina successiva…

Detto questo, la prima volta che ho visto la pubblicità di un corso di scrittura creativa accessibile (le lezioni si tengono al sabato pomeriggio e la sede non è a Canicattì), mi sono iscritta subito. Le lezioni iniziano tra un paio di settimane e credo che mi saranno molto utili.

A mio avviso tutto ciò che comporta condivisione in campo letterario è indispensabile per la nostra crescita come cultori della scrittura e per la conquista del tanto agognato titolo di scrittori. 

  

3) Se non sbaglio la tua passione per la scrittura è nata nel 2008, quindi abbastanza recentemente, com’è nata? Come è arrivato questo  impulso a scrivere?

Invidio chi mi racconta che scrive da quando aveva quindici anni. A dire il vero anch’io scrivevo a quell’età, ma non avrei mai fatto leggere le mie cose ad anima viva. Poi, crescendo, senza forzature e di mia spontanea volontà, ho deciso di negare alla mia fantasia di manifestarsi. Basta.

Del resto mi ritenevo una persona seria, posata, dedita al lavoro: non c’era spazio per inutili velleità. E poi sono troppo sensibile e forse sono (ero) molto permalosa, un paio di esperienze negative in fatto di hobby artistici, mi hanno portata a rassegnarmi, senza nemmeno averci provato sul serio.

I miei personaggi non si sono rassegnati però e un giorno sono usciti tutti quanti allo scoperto, rivendicando a gran voce il loro diritto a essere raccontati. Oggi esistono e io mi sento molto più appagata di quando non c’erano.

 

4) A chi hai fatto leggere per primo il tuo primo libro, quindi “436”? Ps: sono curiosa, perché si intitola cosi?
L’ho fatto leggere a Barbara, la mia migliore amica.

Adesso che ci penso bene forse è anche grazie a lei che ho cominciato a scrivere. Perché Barbara in fondo mi ha insegnato che c’è un lato ludico nella vita, ci sono cose fatte per divertirsi e per stare bene, non solo per dovere. È indubbio che si scrive per stare bene, per giocare, per raccontare i propri pensieri al vento e forse nessuno li ascolterà, ma l’importante, alla fine, è averli raccontati.

Come mai ho scelto un numero per intitolare il mio primo libro? Mi sembrava un bel titolo, mi sembrava che potesse incuriosire per il suo ermetismo e la sua originalità. È un gioco, una piccola sfida al lettore che abbia voglia di raccoglierla.

Ovviamente 436 si riferisce a qualcosa di molto importante nel romanzo, è un legame tra Redlie e Sean, i due protagonisti, un’espressione che utilizza Redlie per definire sé stessa e la ventata di novità che ha portato nel rapporto con l’amato. Ma il suo vero significato si scopre soltanto a metà del romanzo.
5) A quale racconto ti senti più legata, e perché?

È strano perché il racconto di cui vado più orgogliosa è anche quello che più mi inquieta perché rileggendolo mi meraviglio sempre di averlo scritto io, sia per i contenuti che per il linguaggio che ho utilizzato. Si tratta di un horror esoterico e si intitola “Il cerchio”, è stato pubblicato in digitale sulla rivista “Altrisogni” e in cartaceo sul “Fantasy Horror Book 1”.

A quel racconto sono legata anche perché ritengo mi abbia portato fortuna e mi abbia fatto incontrare autori straordinari del panorama fantastico italiano. “Il cerchio” infatti si è classificato tra i primi 10 nel concorso Fantastique indetto in seno al primo Fantasy Horror Award di Orvieto. Essendo la mia prima “vittoria” sono stata a Orvieto alla premiazione e lì ho avuto modo di conoscere gli altri finalisti e di prendere i primi contatti con il vivace mondo degli scrittori emergenti italiani. Un’esperienza molto bella che ha segnato anche l’inizio di amicizie e di collaborazioni importanti.

 

6) Sei una consulente informatica, molleresti tutto per fare la scrittrice a tempo pieno?

Sì, no, non so…

Ho sempre amato molto il mio lavoro e mi piace farlo bene. È un lavoro impegnativo, che mi tiene occupata molte ore al giorno e richiede continuo studio e aggiornamento. Da quando scrivo, di sicuro qualcosa è cambiato e sono molto più avara di ore straordinarie, pause pranzo passate a documentarmi, assistenze ai clienti durante i weekend, tutte cose che prima non mi pesavano e facevo regolarmente.

Amo scrivere e mi dispero per il poco tempo che posso dedicare alla mia passione.

Del resto, anche facendo un presuntuoso volo pindarico e immaginando di vendere centinaia di migliaia di copie del mio primo libro… avrebbe senso lasciare un lavoro che amo? L’ispirazione che mi ha accompagnato nella stesura dei miei lavori finora sarà duratura o un giorno o l’altro sfumerà? L’aver avuto fortuna con un libro implica il fatto di averne anche con i successivi? Non ne sono affatto sicura.

7) Cosa ci anticipi del tuo ultimo romanzo?

Ci sono tre miei ultimi romanzi…

Thunder + Lightning, in uscita a febbraio con Casini Editore, è il sequel di 436. Si tratta di una storia invernale, nebbiosa e triste, una storia che ne racchiude tante, ma tutte quante parlano di come è difficile sentirsi “giusti” e lasciarsi amare dagli altri per quello che siamo. È un mix di Urban Fantasy e paranormal romance, ammicca a eventi storici realmente accaduti e conta un centinaio di pagine di battaglia sulle rive del Po contro bizzarri eserciti di allocchi e coccodrilli.

Ogd, ovvero il lato B di ogni cosa, è un romanzo breve, una storiella ironica che vede come protagonista una scrittrice esordiente innamorata di Londra che sul Tower Bridge incontra il dio Dioniso a spasso con una pantera nera al guinzaglio.

Infine, Meet you on the other side, ancora in revisione, è una storia di surf e di mare. Eli, la protagonista, è una moderna figlia di Ulisse che ama le onde più della sua stessa vita. C’è una componente onirica in questo romanzo, ma non ci sono personaggi paranormali: l’essere speciale è l’umanissima Eli, con la sua passione estrema e il suo accanimento a sfidare il mare.    

8) Noi  di A.V.A.S. siamo degli scrittori in erba, un suggerimento su tutti, che ti sentiresti di regalarci…
Condividete, sempre. Non aspettatevi niente in cambio, leggetevi tra di voi e fate tesoro delle critiche, frequentate assieme fiere e festival, organizzate presentazioni, partecipate ai concorsi, interessatevi agli scrittori italiani esordienti, leggeteli, confrontatevi su di loro.

Quando sarete pronti ad entrare nel mondo dell’editoria, fate attenzione ai tranelli, alle proposte di pubblicazione con contributo e alle promesse di sedicenti agenzie letterarie. Ancora una volta vi aiuterà conoscere le esperienze di coloro che ci sono passati prima di voi, quindi chiedete, informatevi e parlatene.

Poi non lasciatevi abbattere mai: continuate a scrivere ciò che vi piace, come vi piace.

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Onde

Una raccolta di poesie di Anna Lamarina

Aspettiamo

da tempo immemorabile

Un soffio di vento

che sconvolga i nostri pensieri

Il libro è in vendita su

il miolibro.it

La sua sensibilità, la sua soavità, la sua estetica sono stati elementi determinanti per la produzione di questa antologia. Anna Lamarina è una donna capace di trovare la poesia nei piccoli eventi della vita quotidiana, in un gesto dei un estraneo, in una carezza malcelata di uno dei suoi figli o più semplicemente in un temporale o una luminosa giornata di sole. Mi domando cos’altro si cerca in un poeta.

Sergio Ragno

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