Curiosità

L’america nel cortile.

  I luoghi città e le generazioni di Saul Bellow.

Nel 1976 lo scrittore americano di origine ebraica Saul Bellow venne premiato con il Nobel per la lettera con la seguente motivazione: “Per la comprensione umana e la sottile analisi della cultura contemporanea che sono combinate nel suo lavoro.”

Una sensibilità à che Bellow rimarcherà in tutta la sua futura produzione letteraria, ma che toccherà l’apice Nel romanzo More Die of Heartbreak, pubblicato nel 1987, tradotto in italiano con il titolo Ne muoiono più di crepacuare. cuore

Il narratore di questo romanzo, Kenneth Trachtenberg, professore di letteratura russa, torna a Chicago dopo un periodo vissuto a Parigi mosso dal desiderio di vivere più vicino a suo zio Benn, insigne botanico e docente universitario. Lo zio si rivela ben presto tanto un geniale classificatore di forme di vita vegetale, quanto un uomo impreparato a muoversi nel complicato universo dei problemi della contemporaneità, rappresentata dalla città di Chicago, un luogo a cui egli non sente più di appartenere. Il botanico è imparentato con un costruttore edile senza scrupoli che ha costruito la Elettronic Tower. La torre è stata costruita sopra il vecchio quartiere ebreo, dove Benn aveva trascorso la sua infanzia. Il botanico sente che, in qualche modo, la sua identità sia rimasta sepolta sotto quella torre. Sembra un uomo che, non potendo più avere la possibilità di ritornare in quel luogo antico, teatro della sua prima età, senza più legami, senza più la possibilità di trovare un altro terreno dove poter radicare se stesso-  e la speculazione bellowiana con la professione di botanico non è casuale: egli è un uomo senza più terra, vittima di quella nuova urbanizzazione verticale fatta di vetro e cemento. Il botanico, nel momento in cui viene colto dalla narrazione, si sta dedicando allo studio dei licheni artici, un tipo di pianta che non necessita di terra e mette le radici nel ghiaccio; una pianta sospesa nell’illusorio vuoto del ghiaccio, cosi come sospeso rimane lo zio Benn nell’illusoria contemporaneità. Kenneth Trachtenberg, pur rimanendo fortemente influenzato dalla personalità dello zio, non cerca di trovare un significato concreto al disagio dell’uomo. Egli è un uomo di un’altra generazione, cresciuto all’ombra dell’Elettronic Tower. Abituato allo skyline di Chicago che include quella torre. In un passo del romanzo Kenneth racconta di una visita fatta con lo zio proprio sulla torre in questione. Mentre i due uomini osservano la città di Chicago da una delle finestre del grattacielo Bellow scrive:

 

Ecco lì il monumento grande e pulito, ancorato dio solo sapeva a quante centinaia di metri più sotto negli strati del permiano o del triassico. Era certamente una metamorfosi impressionante della casa della propria fanciullezza.[1]

 

La scelta di citare due periodi geologici, il permiano il  triassico, è terribilmente significativa. Induce a pensare a qualcosa che è oltre la storia umana, come a sottolineare che una quantità spropositata di tempo fosse stato accumulato su quei luoghi orami ormai nascosti solo nella memoria di Benn, sommersi da tonnellate di cemento.

Una gita, quella all’Elettronic Tower, che viene vissuta dallo zio Benn con eccessiva dose di drammaticità, cosa che ancora una volta lascia Kenneth sgomento. Comprendere il disagio del vecchio zio significa per Kenneth capire il perché egli stesso non prova questo disagio. Un vuoto nella dicotomia della sua relazione con suo zio che cerca inutilmente di colmare. Grazie a queste peregrinazioni mentali arriva alla seguente conclusione:

 

La città è l’espressione dell’esperienza umana che incarna, e dunque riassume anche tutte le storie personali.[2]

 

Dalla Chicago di Bellow alla realtà locale.

 

Mi sono chiesto in che modo questo concetto espresso dal personaggio di Bellow potesse essere applicato alla realtà locale. Effettivamente la riflessione di Kenneth è perfettamente adattabile a qualsiasi  luogo-città.

Il rapporto tra popolazione e territorio, in effetti, è molto stretto. È speculare, oserei dire anche che è viziato da un’idiosincrasia di fondo. Il territorio riflette indubitabilmente le attività umane alle quali è soggetto, nel bene e nel male.

Gaggiano senza dubbio non può essere dispensata da una simile disamina. Evidenti sono le testimonianze architettoniche lasciate dai vari decenni del dopoguerra. Stradoni larghi che si oppongono alle piccole viuzze, le vecchie cascine che fronteggiano i nuovi e moderni complessi edilizi. Ma soprattutto Gaggiano e la sua esagerata estensione. Questa continua diluizione del territorio che la rendono ancora più fluida, ancora più irreprensibile ed evanescente.  

Le scelte urbanistiche di un paese che si allarga verso le campagne, oltre che a portare un dislocamento del suo nucleo centrale, ha pesato enormemente anche sul decentramento dell’humus culturale del paese. La costruzione di nuovi “quartieri residenziali” o più semplicemente di palazzi o case o asseriamenti assembramenti di villette bi e mono familiari, e tutte quelle attività edilizie che si sono verificate negli anni dal ‘50 a oggi, tolgono al paese la sua originalità, la sua natura rurale e la sua caratteristica di piccolo centro urbano. Queste sono però allo stesso tempo l’espressione del nuovo paese di Gaggiano, la sua attualità, il suo presente, un presente difficile da cogliere.

Ed è per questo motivo che abbiamo pensato di mettere su sù questo progetto: tentare di descrivere Gaggiano oggi, attraverso la letteratura attraverso tutte quelle storie personali di cui parla il Kenneth Trachtenberg di Bellow.

 

La piazza che non c’è.

 

Le riflessioni da fare sul territorio e la sua storia sono tante. Personalmente, non essendo proprio autoctono, mi sono limitato ad ascoltare e a leggere con grande interesse quanto detto e scritto dai miei amici del Rachinaldo. Una riflessione però la voglio esprimere ed è quella che riguarda la mia personale sensazione su come viene vissuto il concetto di “piazza” qui a Gaggiano. .

La grande importanza che può avere la piazza nella cultura italiana, in genere, e come questa diventa di fondamentale importanza nella cultura contadina delle pianure del sud ovest lombardo (basta pensare alla Piazza Ducale a Vigevano) è un elemento importante su cui riflettere. La piazza è il luogo di ritrovo dove avvengono scambi commerciali e relazioni sociale i. Un luogo particolarmente strategico in una piccola realtà come può essere Gaggiano, perché è un paese e di solito il paese (a differenza della città dove di piazze ce ne sono tante), la piazza diventa un luogo in cui la gente si raccoglie, si ritrova, si trova. E la mancanza di una vera piazza a Gaggiano, per chi viene da altre realtà, si avverte. La piazza sempre stato  un luogo necessario alle attività umane.

Ma andiamo per gradi.

Piazza Salvo D’Acquisto, la piazza ampia e vuota davanti alla Chiesa Nuova è di sicuro poco rappresentativa del paese e non crea certo coesione, ma piuttosto disgregazione. Se penso di descrivere questa piazza in modo più letterario la prima cosa che mi viene in mente è il vuoto, la desolazione; uno spazio sproporzionalmente ampio, così ampio che è difficile da colmare, anche quando capita di vederla piena di gente. Mi sembra un tentativo di decentralizzazione riuscito male.

È paradossale osservare, quando si cammina per Gaggiano, come Piazza della Repubblica, faticosamente cerca di assolvere a questa mancanza, come cerca di riempire il vuoto della necessità che è parte radicata della nostra cultura: un luogo che favorisca l’aggregazione. Piazza della Repubblica è la piazza del commercio, la piazza del via vai, la piazza dove senti la gente salutarsi, nonostante sia presa da quella frenesia tipica lombarda. È la piazza dove trovi l’anziano solo e malinconico che cerca in tutti i modi possibile di trovare qualcuno a cui raccontare la propria vita.

È solo in quella piazza che si verificano i contatti quotidiani tra la gente, le relazioni fatte di cortesie reciproca. Eppure Piazza della Repubblica è poco più di uno slargo, con un colonnato da un lato sotto il quale ci sono quattro esercizi commerciale. Dall’altro lato invece il colonnato è appena abbozzato all’angolo e di esercizi commerciali ve ne sono due. Poi ci sono i box di un condominio e, a nord. un bel muro bianco e rugoso affianco al quale c’è l’edicola e un negozio di fiori gestito da fiorista che dà l’unico tocco artistico al contesto. Per il resto c’è un senso rotatorio attorno al quale girano (e parcheggiano) le automobili, che per quanto piano possono circolare, danno comunque il ritmo al movimento degli attori che quotidianamente si affacciano su questo palcoscenico cittadino. Quel loro movimento circolatorio che sfocia a un certo punto da uno delle tre vie di percorrenza (neanche la quarta via c’è) dà quel senso di passaggio, di non stazionario.

In realtà la vera piazza di Gaggiano, quella storica, quella piazza dove si tengono le manifestazioni risorgimentali, è quella davanti alla chiesa di S. Invezio. Una piazza anomala a causa della sua posizione. Una piazza lacerata da quel naviglio che io mi ostino ancora a chiamare fiume, dovuto dalla mia convinzione che Gaggiano sia una piccola Parigi. Una piazza  da quella che è, a conti fatti, la via principale del paese, via Roma e dal suo ponte carrabile. Una via che è il simbolo del transitorietà del nostro paese, e che costeggia  quella che era la vecchia via di comunicazione che era proprio quella del naviglio.

 

Quello squarcio d’acqua in mezzo al paese.

 

Una domenica stavo  passando sul ponte pedonale,  mi recavo mestamente a casa di mia suocera per il pranzo domenicale (abitudine gaggianese alla quale ho dovuto piegarmi) vidi un bambino che chiacchierava col padre. Quando mi avvicinai sentii in bambino chiedere al padre perché la corrente del naviglio correva al contrario. Il padre, un po’ un po’ imbarazzato a cercato di dare delle spiegazioni un po’ improvvisate tirando in ballo persino Leonardo Davinci. Non riusciva a spiegare come mai la corrente del fiume andasse in senso contrario probabilmente perché non se l’era mai chiesto.

Al momento neanche io capivo perché il bambino avesse fatto quella domanda e, soprattutto, non capivo perché la corrente sarebbe dovuta andare nell’altro senso. Non c’è un senso obbligatorio per i fiumi che io sappia o almeno l’unico senso obbligatorio della corrente è quello che porta dalla montagna al mare. Ma non avevo tenuto conto, ancora una volta, che quello non era un fiume.

Quel bambino e la sua curiosità mi ha
fatto venire in mente un altro bambino, uno che appartiene alla letteratura, quello che il giovane Holden Caufield, il narratore di
Cacther in the Rye, ( in italiano è Il Giovane Golden) celebre romanzo di J.D. Saliger, sente canticchiare in mezzo al frastuono della città. Il bambino canticchia una canzone scozzese di Robert Burns e ne modifica una strofa.

 

If a body catch a body coming through the rye [3]

In luogo di

If a body meet a body coming trough the rye[4]

 

Pensate che la beffarda modifica del testo della canzone operata dal bambino dà il titolo a uno dei romanzi più significativi della letteratura del ‘900: The Catcher in the Rye, per l’appunto. Il bambino era la fine del mondo[5] dice a un certo punto Holden del suo bimbo canterino. Ed effettivamente è proprio un punto focale del romanzo di Salinger, nel quale il suo personaggio principale rimane come sospeso in una  adolescenza ancor troppo vicino all’infanzia. 

Invaso da queste sensazioni salingeriane da quel giorno, tutte le volte che passavo sul ponte vecchio mi chiedevo che senso avesse quella perplessità espressa dal mio bambino da fine del mondo. Anche perché quella riflessione veniva da un punto di vista diverso dal mio, da quello del padre e da quello di tutti gli adulti che passano il ponte.

 Non riuscivo a venirne a capo finché una sera d’estate mi sono fermato a guardare il naviglio dal ponte. C’era una bella luce crepuscolare e il paesaggio mi appariva diverso dal solito. In quel momento il mio punto di vista era cambiato, proprio perché quel paesaggio, con quella luce, mi era divenuto sconosciuto. Grazie a questa nuova situazione in cui mi sono trovato mi sono reso conto di una cosa che fino a quel momento non avevo mai pensato: la corrente del naviglio va verso Milano, verso la grande città onnivora che in qualche modo divora tutto quello che la circonda. L’acqua dei nostri fiumi, le colture delle nostre campagne e la cultura dei nostri abitanti. Una cosa inconcepibile per quel bambino visto che tutta la sua breve vita era stata vissuta a Gaggiano. La sua logica è meno complessa di quello di un adulto, e questa logica gli diceva che era più coerente che l’acqua andasse verso la campagna piuttosto che verso la città. 

La maggior parte dei gaggianesi vive la propria vita professionale nella grande città. La grande città assorbe pure le nostre energie, i nostri sforzi di sopravvivenza, la nostra quotidianità. Questo travaso di energie che arricchisce la grande città inevitabilmente impoverisce la provincia,  trasformando il nostro piccolo centro e tutti gli altri piccoli centri del milanese, in luoghi sonnolenti, addormentati e in alcuni casi spettrali. I soli vecchi che si aggirano nei paesini con le loro memorie e i loro racconti che nessuno è disposto ad ascoltare fino in fondo; quei vecchi che vivono questi luoghiche sembrano abbandonati durante la settimana, evidenziano ancora di più questa spettralità, un po’ come il cimitero-città di Spoon River di Edgar Lee Master.

 

Raccontare il territorio.

 

Lo scopo di Altre Voci Altri Suoni è stato, con una presunzione dichiarata, quello di trasformare il sonno in sogno; di cogliere e raccontare quelle storie che rimangono chiuse nelle nostre vite, annegate nelle nostre fantasie; quelle storie che solo i vecchi sono ancora disposti a raccontare. La realtà quotidiana trasformata, grazie alla grande forza immaginativa della letteratura, in un luogo irreale e forse ideale in cui vorremmo vivere o in cui crediamo di vivere. I nostri incontri non sono stati solo delle lezioni di letteratura, ma dei confronti, dei dibattiti. Abbiamo letto delle opere e le abbiamo commentate insieme, sempre cercando di riportarle alla nostra dimensione. La scelta stessa dei racconti che abbiamo trattato aveva questa finalità: al racconto di storie che appartengono a noi e al nostro quotidiano. A come viviamo la città-paese, a quello che la città-paese significa per noi. La finalità  era quello di raccontare le storie di Gaggiano che inconsapevolmente ci appartengono, quelle che vagano come voci fantasmi tra le vie del paese. Lo stesso titolo dato al laboratorio letterario, Altre Voci Altre Suoni, è la parafrasi di un titolo di un romanzo di Truman Capote Altre voci altre stanze, un romanzo dove il personaggio principale segue delle voci spettrali per trovare nuovi luoghi, nuove stanze in cui trovare nuove storie.

 

Storie, storie per me non esiste altro. Spesso gli scrittori che non riescono a inventare una storia seguono altre strategie, sostituendo persino lo stile alla narrazione. Invece io sono convinto che la storia sia l’elemento di base della narrativa (…).

Le storie ci accompagneranno finché esisterà l’uomo (…) grazie alle storie i bambini capiscono che il mistero non li ucciderà. Grazie alle storie scoprono di avere un futuro.[6]

 

 

La scelta dei racconti

 

La letteratura dell’Homo Faber.

 

La maggior parte degli autori che abbiamo affrontato sono americani e questa scelta è dovuta a dei motivi ben precisi.

Il primo fondamentale motivo è quello basato sul fatto che la letteratura americana s’impone nel panorama della letteratura mondiale come una letteratura non fatta da soli letterati. Hermann Melville, l’autore di Moby Dick, ha cominciato come marinaio ed è finito a fare il doganiere. Mark Twain era il pilota di un battello a vapore del Mississipi ed è diventato scrittore perché faceva il tipografo nel giornale del fratello maggiore. Raymond Carver ha avuto una breve carriera in una segheria e in una miriadi di lavori manuali e ogni momento libero lo dedicava alla scrittura. Se poi parliamo di Bukowski basta leggere la sua opera più significativa, Factotum, per capire che non era il tipo da salotto letterario.

Questo è servito a capire che anche noi, che nella vita facciamo tutt’altro, possiamo fare letteratura proprio grazie all’esempio della letteratura americana, che ci ha insegnato che l’arte in genere e la letteratura in particolare, è una espressione umana che apre e non si chiude su se stessa.

 

L’imperante cultura americana e la sua influenza sulle società occidentali.

 

Un altro motivo è quello di cui parlavo all’inizio di questa mia presentazione: la cultura americana ha influenzato la cultura europea a tutti i livelli, da quello umanistico a quello tecnologico. Una cultura che è entrata prepotentemente nei luoghi-città come il nostro. Quell’enorme via di transito all’interno del nostro territorio (quella che porta a Bonirola) si presenta come una parodia della grande highway americana. L’allargamento urbanistico e  le case in cui viviamo, sembrano emulare la classica topografia della small town.

Cito un brano di un romanzo di Bernard Malamud, Una nuova vita.

 

Stavano attraversando il centro della città e in un attimo, prima che lui potesse farsene un’idea, ne uscirono per entrare in un quartiere residenziale di belle vie alberate e graziose villette. I vecchi alberi e quella massa di foglie verdi diedero a Levin una piacevole eccitazione. In pochi minuti furono davanti a una casa a due piani, verniciata di un marrone gradevole con una flessuosa betulla bianca sul prato, che agitava i rami di pizzo nella brezza estiva. Quel che sorprese Levin fu la bordura piena di fiori che correva per tutta la lunghezza della casa[7].

 

Una descrizione, questa di Malamud, che si potrebbe adattare  tanti scorci di Gaggiano.

La necessità di costruire villini apparentemente autonomi o forme di appartamenti in villa che rimandano molto alla cultura urbanistica della small town americana, fatta di viali alberati costeggiate da bellissime case circondate dai loro prati verdi e la classica station wagon parcheggiata nel giardino, non appartiene di certo alla nostra cultura millenaria. La cultura europea è abituata al feudo, alla città cinta da mura, ai cortili rurali, alla chiusura verso l’alterità. Tant’è vero che mentre l’immagine che i media ci danno della small town è quella di una piccola città dove tutto è aperto, dove le case sono circondate solo da prati; dove la macchina in giardino è spesso aperta con le chiavi infilati nel cruscotto; dove in ogni cucina (accessibile da una porta finestra sul retro è sempre aperta) si trova sempre un apple pie fumante, le nostre case invece sono circondate da cancellate, le nostre macchine sono tutte mestamente chiuse in box e le nostre cucine sono ad esclusivo appannaggio dei soli abitanti della casa.

 

Guardando dietro le porte.

 

Lo scopo di questa iniziativa è stato dunque questo. Entrare in quelle case, dietro i cancelli, dentro la loro quotidianità nascosta e tirare fuori tutto quello che c’è dietro quelle porte chiuse.

Chiudo con un’altra citazione, un brano di Espace des Spaces (in italiano Specie di spazi) un’opera di George Perec, scrittore francese degli anni ’70 ed esponente della corrente letteraria dell’Oulipo.

 

La porta rompe lo spazio, lo scinde vieta l’osmosi, impone la compartimentazione: da un lato ci sono io e casa mia, il privato il domestico (lo spazio sovraccarico delle mie proprietà: il mio letto, la mia moquette, il mio tavolo, la mia macchina da scrivere, i miei libri, i miei numeri spaiati di La nouvelle Vague Française) dall’altro ci sono gli altri, il mondo, il pubblico, il politico. Non si può andare dall’uno all’altro lasciandosi scivolare, non si passa dall’uno all’altro, né in un senso, né nell’altro: ci vuole una parola d’ordine, bisogna oltrepassare la soglia, bisogna farsi riconoscere, bisogna comunicare, come il prigioniero comunica col mondo esterno.[8]

 

 

 

Sergio Ragno


[1] Bellow, Saul, Ne muoiono sempre più di crepacuore  (1987) Oscar Mondadori, Milano, 1990  p. 217

[2] Ibidem, p. 231

[3] Salinger J.D.  Il giovane Golden (1951) Einauidi Editore, Torino, 1961. p. 102

[4] Burns, Robert “the Gin’ song”

[5] Salinger, J.D., op. cit, p. 102

[6] Malamud, Bernard, Una Nuova Vita (1958) Minimum fax, Roma 2009, p. 4

[7] Malamud, Bernard, op. cit., p. 13.

[8] Perec, Georges, Specie di spazi (1974) Bollati Boringhieri Editore, Torino 1989, p. 47

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eBOOK: UN TREND IN CRESCITA TRA SCETTICI E ENTUSIASTI

Prima erano pochissimi, guardati con curiosità, come pionieri di una nuova frontiera tecnologica. Oggi gli ereaders sono in crescita e il libro digitale
non è più una bizzarria per pochi. L’Italia è in realtà ancora indietro
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